“Aw, phooey!”, ovvero il compleanno di Paperino

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Diciamoci la verità: tutti amiamo Paperino. Si è vero, Topolino è l’emblema della perfezione, è l’onesto, inattaccabile, un ideale inarrivabile di rettitudine. Ma Paperino… Paperino no. Lui è come noi, dannatamente imperfetto, è l’emblema dei nostri vizi, che troppo spesso tendono a nascondere le nostre (tante) virtù. Paperino ci piace perché tutti noi siamo Paperino.

E questo ragionamento deve averlo fatto pure Walt Disney, che tanto amava suo figlio Topolino, è vero, ma che ad un certo punto ha sentito la necessità di affiancargli un personaggio che ne rappresentasse l’opposto, senza la paura di renderlo scorretto. Quel posto vacante sarà occupato da Paperino: ma andiamo con ordine. Siamo nel 1932, e l’ex braccio operativo di Walt, Ub Iwerks, cerca di contrastare le disneyane Silly Symphonies con un progetto chiamato Comicolor Shorts. Non si avvicineranno minimamente al successo delle più quotate Symponies, ma avranno un gran merito: nel febbraio del 1934 Iwerks lancia la trasposizione animata del racconto popolare The Little Red Hen.

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Walt, come sempre, ci vede lungo, e quattro mesi dopo i suoi studios riadattano nuovamente la storia, fornendogli quello che gli mancava: ritmo, colore e un trio di animali antropomorfizzati come protagonisti. Il cartone “La Gallinella Saggia” (“The Wise Little Hen”) esce il 9 giugno del 1934 e racconta la storia (appunto) della gallinella saggia, di Meo Porcello (di cui appena un anno dopo si perdono le tracce) e di… Paperino, in originale Donald Duck.

Il papero è destinato a sfondare. Scorretto, disonesto, chiassoso e soprattutto sconfitto: costruito per essere l’antitesi naturale di Topolino. Dal quale si discosta già solo per il vestiario: il topo porta sempre solo dei calzoncini rossi, mentre il papero giusto una blusa alla marinara azzurra con tanto di berretto. Ed a proposito di quest’ultimo fatto, vi consiglio il recente corto Disney “No Service” per capire meglio cosa intendo…

Insomma la sua fama cresce, e da spalla/rivale di Topolino arriva ad essere in breve tempo protagonista assoluto, quando il 9 gennaio del 1937 vede la luce il corto “Don Donald”. Ancora un anno, e nel 1938 i sondaggi diranno che è già più popolare di Topolino, che sta attraversando un periodo di leggero declino (dal quale si riprenderà): Paperino è ufficialmente entrato nei cuori di tutti.

E non ne è ancora uscito. Aw, phooey!

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#Sapevatelo: 5 cose su… Dumbo

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1) Spesso le storie dei classici Disney derivano da famosissime fiabe, leggende e grandi miti. Nel caso, molto particolare di Dumbo, siamo di fronte ad un film che prende ispirazione da una breve storiella di neanche dieci pagine decisamente sconosciuta, scritta da Helen Aberson e illustrata da Harold Pearl nel 1939. Il tutto trovò l’interesse di Walt Disney quando fu distribuito in un formato particolare, chiamato Box & Scroll o Roll-A-Book, che prevedeva che illustrazioni e testo fossero messi in sequenza dentro una “scatola”, rendendo la lettura un qualcosa di simile alla visione di un film. Walt, tra lo stupore della stessa Aberson, fiutò l’affare e si pigliò subito i diritti, per poi realizzarne il film che uscì nel 1941.

2) Nonostante l’interesse da parte di Disney, Dumbo non doveva rappresentare un grandissimo investimento per i suoi studi. Realizzato più che altro come opera di riempimento in pieno periodo bellico (tanto che al contrario di quanto fatto fino a quel momento Walt Disney non ne curò direttamente la realizzazione), finisce con l’essere l’ancora di salvataggio della Disney stessa, reduce dai pessimi risultati al botteghino di Pinocchio e Fantasia (dovuti gran parte allo scoppio della guerra in Europa). Per terminarlo ci vollero appena sei mesi, e la chiusura dei mercati europei che ne impediva l’esportazione non faceva ben sperare. E invece guarda un po’ che succede: il film viene a costare 830mila dollari incassandone 2,5 milioni, ovvero più di quanto portarono a casa Pinocchio e Fantasia messi assieme. Voci dicono che Dumbo sia diventato subito il film preferito di Walt Disney. Chissà perché.

3) Oltre ad essere citato (a ragione) da Spielberg come rifugio psicologico degli Americani in tempo di guerra nel suo film “1941 Allarme a Hollywood”, (il generale Stilwell si commuove al cinema andando a vederlo alla sua uscita in sala) l’elefantino si era accaparrato la copertina del numero di dicembre del 1941 del Time, traguardo decisamente ambito da molti. Copertina che non vide però mai la luce a causa di forze maggiori, ovvero l’attacco di Pearl Harbor, che monopolizzò giustamente l’attenzione.

4) Un po’ di primati conquistati da Dumbo: è il primo lungometraggio Disney ambientato in America e il primo a presentare un protagonista che non parla mai per tutto il film (questo se ovviamente non consideriamo Cucciolo un protagonista); la versione italiana fu il primo adattamento curato da Roberto De Leonardis, figura storica che si occupò in prima persona di tutti i classici dal 1950 al 1981 (tranne “Lo Scrigno delle Sette Perle”); è infine il Classico Disney più breve in assoluto, di appena 64 minuti. Tra gli altri fatti degni di nota la lettera di congratulazioni di Walt Disney inviata al Quartetto Cetra e allo stesso De Leonardis per l’ottimo lavoro svolto nella versione italiana.

5) Periodo storico turbolento quello che accompagnò la produzione di Dumbo. Tra i tanti problemi, degno di nota è quello del sindacato degli animatori Screen Cartoonist Guild, guidato da Herbert Sorrell, che si scontrò duramente con Walt Disney per la sottoscrizione di un accordo che tutelasse le condizioni dei lavoratori. Dopo i tanti rifiuti di Disney, il 29 maggio del 1941, con la produzione del film ormai ben avviata,si giunse ad uno sciopero che coinvolse gran parte del personale, che venne persino caricaturato nel film, quando dei clown vanno a chiedere l’aumento al principale. Dopo cinque settimane il tutto si concluse, influendo sulla reputazione degli Studios Disney, non più un posto idilliaco.

#Sapevatelo: 5 cose su… Up

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1) Partendo dalla premessa che tutti i premi che ha vinto se li è meritati di gran lunga, Up è il secondo film d’animazione nella storia del cinema ad essere stato nominato per la vittoria del premio Oscar nella categoria “Miglior Film” (vinse The Hurt Locker). Il primo era stato La Bella e La Bestia nel 1991, quando ancora però non esisteva il premio per il miglior lungometraggio d’animazione. Superfluo aggiungere che Up nel 2010 quest’ultimo lo vinse a mani basse. Fu anche il primo lungometraggio animato ad aprire il Festival di Cannes, il 29 maggio del 2009: in quell’occasione, dopo aver visto il film, la sala rimase completamente in silenzio. Fu l’attrice Tilda Swinton ad alzarsi in piedi per prima ad applaudire, facendo partire la standing ovation.

2) Tra le tante cose meravigliose di questo capolavoro, c’è da prestare molta attenzione ai colori usati. Il magenta in Up vi dice qualcosa? No? Allora leggete cosa ci spiega Ricky Nierva, production designer del progetto: “Il film parte con un cinegiornale in bianco e nero e questo ci ha fatto pensare di utilizzare al meglio i colori per raccontare la nostra storia. Quando Ellie è viva e Carl è pieno di vitalità, le scale di colori sono brillanti, vivaci. Dopo la scomparsa di Ellie tutto torna a spegnersi, si ritorna quasi al bianco e nero. Abbiamo pensato anche di simboleggiare Ellie con il colore magenta: attraverso tutto il film ci sono fiori, paesaggi, cieli di quel colore a ricordarci la sua presenza costante. Quando Carl decide di isolarsi dal mondo non vediamo più molti colori, fino alla comparsa di Russell, che cambia tutto. Porta di nuovo il colore nella sua vita. E così ogni volta che un nuovo personaggio entra a far parte della sua vita, come Dug, abbiamo aggiunto un nuovo colore alla scena.”

3) Il film, uscito nel 2009, era in cantiere fin dal 2004, sempre con regia e sceneggiatura di Pete Docter e Bob Peterson. Nelle prime fasi di stesura della storia il volo di Carl e della sua casa sarebbe stato inizialmente molto più tragico nei toni, in quanto l’uomo sarebbe partito alla volta del cielo per raggiungere la defunta Ellie, in quello che si sarebbe rivelato una sorta di viaggio suicida. Si cambiò poi leggermente il tiro, cercando di fargli avere ancora un obiettivo nella vita, quello di raggiungere la meta sudamericana che la povera Ellie non fece in tempo a visitare.

4) Degli Easter Eggs mi sono ripromesso di parlare relativamente poco, ma quando si ha a che fare con la Pixar è impossibile non accennarne. In questo caso ne segnalo uno presente in Toy Story 3, ovvero una cartolina appesa sulla bacheca della camera del cresciuto Andy.

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Se siete ancora in possesso di tutte le vostre diottrie, sulla cartolina potete leggere che a mandarla sono stati proprio Carl e Ellie Fredricksen.

5) Il cattivone del film si scopre essere l’avventuriero Charles Muntz, l’idolo dell’infanzia di Carl che si rivelerà poi essere un avido personaggio senza scrupoli. Il suo nome appare un riferimento abbastanza evidente alla figura di Charles Mintz. “Ecchiddiamineè?” direte voi. Charles Mintz è un produttore americano, noto per essere stato tra i primi a commissionare lavori ai giovani Walt Disney e Ub Iwerks, che si fecero conoscere attorno agli Anni ’20 per le loro Alice Comedies. Mintz, a capo della Winkler Pictures dopo aver sposato nel 1924 Margaret Winkler, chiese a Disney e Iwerks di sviluppare un nuovo personaggio per dei cortometraggi animati: ne venne fuori Oswald il Coniglio Fortunato, il primo grande “figlio artistico” di Walt Disney. Quel gran furbone di Mintz, dopo aver visto il successo di Oswald, mise direttamente sotto contratto per la sua azienda tutti gli animatori che lavoravano per Disney (tranne Iwerks, che gli rimase fedele), prendendo in mano in prima persona la produzione del cartoon, soffiando di fatto i diritti del coniglio al buon Walt (che si rifece in fretta e nel 1928 creò a sua volta il buon Topolino). Insomma, tutto questo per sottolineare la plausibilità del parallelo Carl Friedricksen/Walt Disney e di quello Charles Muntz/Charles Mintz.

Il singolare Natale di Topolino negli anni ’30

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Tra gli innumerevoli corti e special natalizi della Disney ho optato per un viaggio piuttosto lontano nel tempo, tornando indietro agli anni ’30, per rispolverare un paio di perle piuttosto lontane dai canoni natalizi attuali. Sto parlando di Mickey’s Orphans del 1931 e di Mickey’s Good Deed del 1932, due cortometraggi in bianco e nero.

Partiamo dal primo in ordine cronologico, ovvero Mickey’s Orphans.

La trama in breve: una figura incappucciata spia dalla finestra il Natale di Topolino (la cui voce, come da tradizione, appartiene allo stesso Walt Disney), Minnie e Pluto e dopo aver visto un clima festoso e di gioia (ed un normale status economico) abbandona a malincuore una cesta di quelli che si rivelano essere neonati gattini. I micetti in questione vengono accolti con giubilo e i tre fanno di tutto per rendere magico il loro Natale, nonostante i felini si rivelino essere un’orda implacabile di distruzione (grazie anche ai regali di Topolino). Il tutto termina per l’appunto con questo maestoso albero di Natale totalmente raso al suolo dai gatti, tra lo stupore misto delusione della coppia Topolino-Minnie.

A vederlo oggi fa sicuramente un certo effetto: manca un classico lieto fine, una conclusione “prefabbricata” che ci dica come comprendere questo corto. Ed è questo il punto di forza: è ambiguo, strano, tutt’altro che “natalizio”. Topolino e Minnie si rivelano tutori amorevoli ma alle prime armi, e finiscono con l’essere sopraffatti da questa massa di gatti assatanati.

Corto mooolto particolare, non perdetelo. Si tratta anche, secondo alcune fonti, del primo cartone animato IN ASSOLUTO a tema natalizio. In realtà pare esserci un corto antecendente, con protagonista il primo vero personaggio di Walt Disney, Oswald il Coniglio Fortunato, oggi introvabile e intitolato Empty Socks: durante la storia il coniglio si trovava a dover interpretare Babbo Natale in un orfanotrofio.

Passiamo dunque al secondo cortometraggio, Mickey’s Good Deed:

Primo cartone a raffigurare un Topolino povero, costretto a mendicare l’elemosina: non va dimenticato che siamo nel periodo appena successivo alla grande crisi del ’29, ed è proprio in quel clima che si situa la storia. Qui il nostro topo, suonatore di strada accompagnato dal fido Pluto, si accorge che le numerose offerte dei passanti non sono altro che bulloni e viti, impedendogli di trascorrere un lauto pasto natalizio. Non perdendo la speranza si ritrova a suonare sotto la casa di un ricco e grasso maiale che non riesce ad accontentare con i giocattoli i capricci del figlio. Bambino-porcellino che, vedendo però Pluto, dopo un’iniziale pausa dai lamenti, esige di avere il quadrupede. Il riccone allora consegna al proprio domestico una mazzetta di banconote per convincere Topolino a vendere il cane, ma il topo fugge. Perdendo il proprio strumento musicale, unica fonte di sostegno, e ritrovandosi alla finestra di una madre sola (il marito è in prigione), disperata e poverissima, con una serie di gattini che sognano un Natale felice.

E qui arriva la scena che mi ha colpito di più, ovviamente guardandola attraverso gli standard moderni: Topolino torna dal ricco maiale e GLI VENDE PLUTO, per poter comprare doni agli sfortunati gattini e fargli passare un Natale felice. Il porcellino, con il suo nuovo cane, dà il via ad un’altra ondata di distruzione (e torna il tema già presente nel corto precedente), con Pluto che viene cacciato di casa dal ricco, ora disperato e ridotto ad uno straccio, e infuriato con il figlio, che punisce con delle sculacciate. Il cane tornerà poi da un triste Topolino (che fa un pupazzo di neve con le sembianze di Pluto), inconsapevolmente portandosi dietro il tanto agognato pranzo natalizio.

Anche qui il carico emotivo è notevole: il povero Topolino di fatto vende il suo migliore amico per poter regalare un felice Natale ad una famiglia disastrata. Interessanti anche la figura del ricco e di suo figlio, simboli di un’opulenza che non può acquistare la serenità familiare.

Insomma, due quadretti piuttosto singolari e aperti a diverse interpretazioni che ci restituiscono una visione del Natale tanto distante quanto coerente con quella odierna.

Aerei, battelli e i due compleanni di Topolino

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Il 18 novembre è una data importante per i fan Disney. In molti la considerano infatti il compleanno di Topolino, in quanto nel giorno in questione dell’anno 1928 venne proiettato al pubblico del Colony Theater di New York (CON IL SONORO) l’indimenticabile Steamboat Willie, ovvero il cortometraggio animato che simbolicamente viene considerato il debutto di Topolino (e pure di Minnie).

Quindi siamo tutti d’accordo a fargli gli auguri il 18 novembre? No, non proprio. Perché in realtà il buon Mickey Mouse era già “nato” qualche mese prima, per la precisione il 15 maggio, sempre del 1928. Walt Disney e Ub Iwerks, senza soldi e alla ricerca di un distributore, avevano dato alla luce dopo sei settimane di lavoro Plane Crazy, il primo vero cortometraggio (ancora muto) di Topolino, che venne riservato ad una proiezione di prova davanti ad un pubblico ridotto.

Dunque il compleanno di Topolino è il 15 maggio? Mmmm. Plane Crazy non trovò all’epoca un distributore, restando in cantiere fino al 17 marzo del 1929, quando in seguito al successo spropositato di Steamboat Willie, venne ridistribuito (CON IL SONORO). Successo inaspettato, consacrò definitivamente la fama del topo, che doveva tutto al battello però, non all’aereo.

Il primo cortometraggio di Topolino divenne così il terzo. In mezzo a Plane Crazy e Steamboat Willie ci fu infatti The Gallopin’ Gaucho, proiettato in prova il 7 agosto del 1928, a cui toccò la stessa sorte del suo predecessore: la ridistribuzione con sonoro, datata 30 dicembre 1928.

Ok, evitiamo confusione e riordiniamo le date:

  • 15 maggio 1928: proiezione di prova di Plane Crazy (film muto)
  • 7 agosto 1928: proiezione di prova di The Gallopin’ Gaucho (film muto)
  • 18 novembre 1928: proiezione pubblica di Steamboat Willie (con sonoro)
  • 30 dicembre 1928: proiezione pubblica di The Gallopin’ Gaucho (con aggiunta del sonoro)
  • 17 marzo 1929: proiezione pubblica di Plane Crazy (con aggiunta del sonoro)

Quindi il compleanno di Topolino quando diavolo è? Io, sinceramente non so decidermi.

E nel dubbio gli auguri glieli faccio entrambi i giorni.

#Sapevatelo: 5 cose su… The Nightmare Before Christmas

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1) Prima cosa da mettere in chiaro per evitare equivoci: la regia del film NON è di Tim Burton. Il buon Tim ha fornito l’idea di base e ha prodotto la pellicola, ma il regista è Henry Selick. Per carità, la sua impronta resta comunque forte e ben visibile, ma sulla carta si è limitato a realizzare il poema illustrato Un Canto di Natale alla Burton, sua versione della classica storia natalizia. L’idea balena a Burton durante il proprio periodo lavorativo alla Disney, nel periodo tra l’altro delle produzioni più inconsistenti della casa del topo, svolgendo principalmente il ruolo di itercalatore in Red e Toby – NemiciAmici (dove conosce Selick) e di Art Director di Taron e la Pentola Magica (tra i flop Disney per eccellenza). Un periodo piuttosto buio e travagliato, insomma. Da lì nacquero le basi della storia di Jack Skellington, con lo stesso Burton che propose subito l’idea alla Disney, vedendosi rispondere un “ma che richieste fai?! Come facciamo a far digerire ai bambini ‘sta storia?!” (più o meno). La stessa Disney una decina di anni dopo, visto che Burton ci aveva sfornato Beetlejuice e Batman, si accorse di possedere ancora i diritti del film (la solita furbona) e diede il via libera alla produzione del film sotto l’etichetta Touchstone (quella per gli adulti, insomma). Burton aveva da fare, tra Edward Mani di Forbice e Batman – Il Ritorno cinque minuti di tempo libero non riesce proprio a trovarli, e concorda che il suo socio Selick vada alla regia. La Disney allora giusto per sfruttare la fama di Burton, il film ce lo chiama TIM BURTON’s The Nightmare Before Christmas.

2) Attorno al 2001 la Disney prese in considerazione l’idea di produrre un sequel della storia, come in molti altri casi aveva tentato di fare, fortunatamente senza sempre riuscirci. Tra l’altro la pellicola sarebbe stata realizzata tramite la tecnica della computer animation, abbandonando l’uso della stop motion e di fatto snaturando completamente il concetto di partenza. Fu lo stesso Burton, Deo gratias, a convincere la Disney ad abbandonare il progetto: “Sono sempre stato molto protettivo per quanto riguarda la continuità della storia di The Nightmare before Christmas. Roba del tipo ‘Jack che visita il mondo del Ringraziamento’ o cose di questo genere avrebbero rovinato quella purezza del film che ritengo debba restare tale. Questo genere di cose appartenenti al mercato di massa avrebbero reso questa cosa infattibile.”

Salvo poi sputtanare un po’ tutto il discorso in generale con l’annuncio di Beetlejuice 2.

3) Il film esce nel 1993 (29 ottobre per la precisione) ma paradossalmente il vero successo arriverà solo dieci anni dopo, nel 2003, quando la Touchstone rilasciò la riedizione speciale per festeggiarne i 10 anni. Al botteghino la pellicola incassa circa 75 milioni di dollari (50 alla prima distribuzione del 1993 e 25 nelle altre quattro), cifra che ad oggi lo colloca all’89° posto nella classifica degli incassi dei film d’animazione, vicino in graduatoria a film come Oliver & Company e Spirit – Cavallo Selvaggio. Insomma niente di eccezionale, in fatto di introiti, per la Disney/Touchstone. Quello che lo ha reso un brand da sfruttare è stato, come dicevamo, l’acquisto dell’edizione DVD e la gestione del merchandising: solo dalle vendite della citata riedizione del 2003 la Disney ha guadagnato 26 milioni di dollari. Cifra talmente sorprendente che spinse la Disney ad una scelta: se possedete una copia del film (DVD o Blu Ray) risalente agli anni successivi al 2006, vedrete che il logo Touchstone viene relegato nei meandri della copertina, sostituito da quello della Walt Disney, che viene mostrato a caratteri cubitali. Tipo come il padre che abbandona il figlio e lo riconosce solo quando diventa famoso.

4) Un po’ di cifre rapide sulla produzione del film: fu distribuito in anteprima il 15 ottobre 1993 (come test) in una serie limitata di sale, dove portò a casa la seconda migliore media-incassi fatta dalla Disney all’epoca, dietro solo ad Aladdin; la stop motion richiese ovviamente tempi lunghissimi, roba del tipo che ci vollero un qualcosa come tre anni per fare tutto il film, o, se preferite, una settimana piena di lavoro per realizzare tre/cinque minuti di girato; sono stati costruiti 227 pupazzi per rappresentare i personaggi del film e altrettanti set di paesaggi; per Jack furono usate più di 400 facce diverse, permettendogli praticamente di esprimere col volto qualunque emozione possibile.

5) Jack Skellington fa un cameo sia in Beetlejuice…

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…sia in James e la Pesca Gigante (è palesemente il capitano della nave pirata, poi il film è diretto da Selick e prodotto da Burton…)

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…sia in Coraline e la Porta Magica (nell’uovo, con un po’ di fatica, si vede) (anche questo diretto da Selick)…

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…sia in Alice in Wonderland di Burton, nel foulard del Cappellaio Matto.

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EXTRA) Sappiate che c’è chi ha visto il film pensandolo come una pellicola centrata sul marketing e sulla figura di Jack Skellington come Brand Manager di un’azienda. Lo pensa tal Jim Edwards, che sulla rivista Brandweek del 30 ottobre 2006 scrive questo:

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Paperman, 6 minuti e mezzo di capolavoro

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Perché Paperman è un capolavoro, a prescindere da premi Oscar e Annie Award. Non c’è niente da spiegare: basta guardarlo (cliccando sull’immagine). Scalda il cuore, emoziona, appassiona.

IN SEI MINUTI E MEZZO.

Ti lascia sereno, ridà speranza dopo una giornata storta. Ti fa capire che l’animazione tradizionale è ancora capace di fare il suo mestiere (qui è fusa con quella in 3D attraverso una tecnologia definita Meander, potete approfondire qui). Sei minuti e mezzo di magia, senza neppure una parola e con tre colori.