No, PK e Paperinik NON sono la stessa cosa

Se ci fosse ancora qualcuno là fuori che non ha inteso il concetto, lo si ribadisce. E a darci una mano c’è l’ultimo numero di Topolino (3057), che, sapientemente, in vista del ritorno di PK con una storia in linea con la continuity di PKNA e PK2, ci spiega in maniera BASILARE perché queste due entità sono così differenti tra di loro. E dunque fate attenzione, per non farvelo ripetere per l’ennesima volta.

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“Aw, phooey!”, ovvero il compleanno di Paperino

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Diciamoci la verità: tutti amiamo Paperino. Si è vero, Topolino è l’emblema della perfezione, è l’onesto, inattaccabile, un ideale inarrivabile di rettitudine. Ma Paperino… Paperino no. Lui è come noi, dannatamente imperfetto, è l’emblema dei nostri vizi, che troppo spesso tendono a nascondere le nostre (tante) virtù. Paperino ci piace perché tutti noi siamo Paperino.

E questo ragionamento deve averlo fatto pure Walt Disney, che tanto amava suo figlio Topolino, è vero, ma che ad un certo punto ha sentito la necessità di affiancargli un personaggio che ne rappresentasse l’opposto, senza la paura di renderlo scorretto. Quel posto vacante sarà occupato da Paperino: ma andiamo con ordine. Siamo nel 1932, e l’ex braccio operativo di Walt, Ub Iwerks, cerca di contrastare le disneyane Silly Symphonies con un progetto chiamato Comicolor Shorts. Non si avvicineranno minimamente al successo delle più quotate Symponies, ma avranno un gran merito: nel febbraio del 1934 Iwerks lancia la trasposizione animata del racconto popolare The Little Red Hen.

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Walt, come sempre, ci vede lungo, e quattro mesi dopo i suoi studios riadattano nuovamente la storia, fornendogli quello che gli mancava: ritmo, colore e un trio di animali antropomorfizzati come protagonisti. Il cartone “La Gallinella Saggia” (“The Wise Little Hen”) esce il 9 giugno del 1934 e racconta la storia (appunto) della gallinella saggia, di Meo Porcello (di cui appena un anno dopo si perdono le tracce) e di… Paperino, in originale Donald Duck.

Il papero è destinato a sfondare. Scorretto, disonesto, chiassoso e soprattutto sconfitto: costruito per essere l’antitesi naturale di Topolino. Dal quale si discosta già solo per il vestiario: il topo porta sempre solo dei calzoncini rossi, mentre il papero giusto una blusa alla marinara azzurra con tanto di berretto. Ed a proposito di quest’ultimo fatto, vi consiglio il recente corto Disney “No Service” per capire meglio cosa intendo…

Insomma la sua fama cresce, e da spalla/rivale di Topolino arriva ad essere in breve tempo protagonista assoluto, quando il 9 gennaio del 1937 vede la luce il corto “Don Donald”. Ancora un anno, e nel 1938 i sondaggi diranno che è già più popolare di Topolino, che sta attraversando un periodo di leggero declino (dal quale si riprenderà): Paperino è ufficialmente entrato nei cuori di tutti.

E non ne è ancora uscito. Aw, phooey!

Il singolare Natale di Topolino negli anni ’30

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Tra gli innumerevoli corti e special natalizi della Disney ho optato per un viaggio piuttosto lontano nel tempo, tornando indietro agli anni ’30, per rispolverare un paio di perle piuttosto lontane dai canoni natalizi attuali. Sto parlando di Mickey’s Orphans del 1931 e di Mickey’s Good Deed del 1932, due cortometraggi in bianco e nero.

Partiamo dal primo in ordine cronologico, ovvero Mickey’s Orphans.

La trama in breve: una figura incappucciata spia dalla finestra il Natale di Topolino (la cui voce, come da tradizione, appartiene allo stesso Walt Disney), Minnie e Pluto e dopo aver visto un clima festoso e di gioia (ed un normale status economico) abbandona a malincuore una cesta di quelli che si rivelano essere neonati gattini. I micetti in questione vengono accolti con giubilo e i tre fanno di tutto per rendere magico il loro Natale, nonostante i felini si rivelino essere un’orda implacabile di distruzione (grazie anche ai regali di Topolino). Il tutto termina per l’appunto con questo maestoso albero di Natale totalmente raso al suolo dai gatti, tra lo stupore misto delusione della coppia Topolino-Minnie.

A vederlo oggi fa sicuramente un certo effetto: manca un classico lieto fine, una conclusione “prefabbricata” che ci dica come comprendere questo corto. Ed è questo il punto di forza: è ambiguo, strano, tutt’altro che “natalizio”. Topolino e Minnie si rivelano tutori amorevoli ma alle prime armi, e finiscono con l’essere sopraffatti da questa massa di gatti assatanati.

Corto mooolto particolare, non perdetelo. Si tratta anche, secondo alcune fonti, del primo cartone animato IN ASSOLUTO a tema natalizio. In realtà pare esserci un corto antecendente, con protagonista il primo vero personaggio di Walt Disney, Oswald il Coniglio Fortunato, oggi introvabile e intitolato Empty Socks: durante la storia il coniglio si trovava a dover interpretare Babbo Natale in un orfanotrofio.

Passiamo dunque al secondo cortometraggio, Mickey’s Good Deed:

Primo cartone a raffigurare un Topolino povero, costretto a mendicare l’elemosina: non va dimenticato che siamo nel periodo appena successivo alla grande crisi del ’29, ed è proprio in quel clima che si situa la storia. Qui il nostro topo, suonatore di strada accompagnato dal fido Pluto, si accorge che le numerose offerte dei passanti non sono altro che bulloni e viti, impedendogli di trascorrere un lauto pasto natalizio. Non perdendo la speranza si ritrova a suonare sotto la casa di un ricco e grasso maiale che non riesce ad accontentare con i giocattoli i capricci del figlio. Bambino-porcellino che, vedendo però Pluto, dopo un’iniziale pausa dai lamenti, esige di avere il quadrupede. Il riccone allora consegna al proprio domestico una mazzetta di banconote per convincere Topolino a vendere il cane, ma il topo fugge. Perdendo il proprio strumento musicale, unica fonte di sostegno, e ritrovandosi alla finestra di una madre sola (il marito è in prigione), disperata e poverissima, con una serie di gattini che sognano un Natale felice.

E qui arriva la scena che mi ha colpito di più, ovviamente guardandola attraverso gli standard moderni: Topolino torna dal ricco maiale e GLI VENDE PLUTO, per poter comprare doni agli sfortunati gattini e fargli passare un Natale felice. Il porcellino, con il suo nuovo cane, dà il via ad un’altra ondata di distruzione (e torna il tema già presente nel corto precedente), con Pluto che viene cacciato di casa dal ricco, ora disperato e ridotto ad uno straccio, e infuriato con il figlio, che punisce con delle sculacciate. Il cane tornerà poi da un triste Topolino (che fa un pupazzo di neve con le sembianze di Pluto), inconsapevolmente portandosi dietro il tanto agognato pranzo natalizio.

Anche qui il carico emotivo è notevole: il povero Topolino di fatto vende il suo migliore amico per poter regalare un felice Natale ad una famiglia disastrata. Interessanti anche la figura del ricco e di suo figlio, simboli di un’opulenza che non può acquistare la serenità familiare.

Insomma, due quadretti piuttosto singolari e aperti a diverse interpretazioni che ci restituiscono una visione del Natale tanto distante quanto coerente con quella odierna.

Le derive Pop del Rinascimento Disneyano

“Se alla Baba Jaga delle fiabe russe si cambia il nome in Maga, Fata o Strega e si eliminano elementi peculiari del suo aspetto, sostituendoli con altri della cultura in cui viene inserita, non avremo infine un personaggio conforme al nuovo contesto? Di Base è questa l’operazione effettuata dai film Disney di questo decennio, una sottile e ben congegnata omologazione degli immaginari fiabeschi che è stata possibile, a mio parere, anche grazie ad un chiaro effetto della globalizzazione.”

(Tommaso Ceruso, Tra Disney e Pixar – La “maturazione” del cinema d’animazione Americano, Roma, Sovera, 2013, p. 52)

In un film come Oliver & Company (precursore del Rinascimento Disney) sono stati introdotti dei commercial di marche esistenti dentro una cartone animato: il risultato è stato quello di creare una New York pienamente coerente con quella appartenente al mondo reale. Da La Sirenetta in poi la Disney, per mantenere una buona dose di plausibilità e vicinanza al mondo spettatoriale, punta fortemente sulla profilazione dei personaggi in chiave pop.

La cultura che ha dato origine al film si sponsorizza ampiamente nello svolgersi della storia, in maniera addirittura palese in alcuni siparietti comici (le Air-Herc di stampo Nike visibili in Hercules per esempio).

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Quella della ricostruzione del personaggio in chiave contemporanea al film di riferimento non è una azione nuova per la Disney: lo stesso Topolino deve molto, per movimenti ed espressioni facciali, a Buster Keaton, per stessa ammissione di Walt. Ma nella collana di punta della Disney, ovvero I Classici, l’azione di attualizzazione dei personaggi avrebbe tradito la filosofia della stessa, che puntava a creare pellicole che non fornissero riferimenti culturali ben precisi, in modo tale da poterle rendere sempre proponibili, senza legare aree di comprensione del testo filmico ad una fase storica.

Il cambio di direzione scelto nel Rinascimento tradisce in più occasioni la scelta fatta fino a quel momento, ma determina anche il successo degli Studios. Rispetto all’azione compiuta in Oliver & Company la Disney decise di imbottire di riferimenti pop non l’ambientazione dei film, ma i personaggi, che in fase di costruzione vennero dotati di aspetto, movenze, voci e carattere di personaggi famosi e riconoscibili.

Ne La Sirenetta l’aspetto di Ariel fu basato su quello dell’attrice Alyssa Milano, che all’epoca (1989) era famosa per interpretare il ruolo della teenager protagonista nel telefilm Casalingo Superpiù, uno dei prodotti di spicco della ABC. Anche Ursula ebbe una base di ispirazione reale, ovvero la popolare drag queen Divine, mentre per Sebastian è evidente l’omaggio a Sammy Davis Junior.

A Belle ne La Bella e la Bestia fu dato l’atteggiamento spensierato di Judy Garland ne Il Mago di Oz, mentre i disegni del suo volto si basarono sulla bellezza di Liz Taylor e della giovane Angelina Jolie. Gaston invece si rifà ai bellocci stereotipati da soap opera. Aladdin possiede l’atteggiamento di Michael J. Fox in Ritorno al futuro con l’aspetto di Tom Cruise, e il design dei suoi pantaloni si rifà a quello del rapper MC Hammer; i lineamenti del Genio sono palesemente quelli del suo doppiatore, Robin Williams.

Nonostante l’aspetto animalesco, tratti di caricature pop si possono trovare anche ne Il Re Leone: Mufasa possiede la voce di James Earl Jones, ovvero quella di Darth Vader in Guerre Stellari, e il volto di Sean Connery; le Iene Shenzi e Banzai hanno i volti delle loro voci, Whoopi Goldberg e Cheech Marin, mentre il loro terzo compagno, Ed, è basato sull’aria scatenata di Eddie Van Halen.

In Pocahontas John Smith possiede i tratti fisici dell’attore Sean Bean, scartato come voce perché non ancora molto famoso negli Stati Uniti, e sostituito nel doppiaggio da Mel Gibson, appena uscito al cinema nel 1995 con BraveheartPer Hercules Danny DeVito fu voce e design di Filottete, così come James Woods lo fu di Ade.

Il drago Mushu in Mulan possiede l’umorismo di Eddie Murphy, che lo doppia, e ne condivide i baffi e il naso. Ne Il Gobbo di Notre Dame sono i tre gargoyle ad essere basati sui loro doppiatori: Charles Kimbrough (tra i protagonisti di Murphy Brown), Jason Alexander (Seinfeld) e Mary Wickes (vista poco prima del 1996 come Suor Maria Lazzara in Sister Act). Senza dimenticare Demi Moore nei panni di Esmeralda, che ne riprende la voce, il fisico e il volto (chiaramente in versione gitana).

Questa tendenza sembra affievolirsi in Tarzan, dove compaiono comunque grandi nomi tra i doppiatori, su tutti Glenn Close, ma senza caratterizzazioni di design subito riconoscibili. É il segno del passaggio dal Rinascimento Disney all’era successiva. É comunque evidente come tutti questi film siano accomunati da questa stessa tendenza: i due mondi, diretto e indiretto, trovano punti di collisione in una costruzione dei personaggi in chiave pop che fornisce un continuo «botta e risposta tra contemporaneità e arcaicità».

Aerei, battelli e i due compleanni di Topolino

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Il 18 novembre è una data importante per i fan Disney. In molti la considerano infatti il compleanno di Topolino, in quanto nel giorno in questione dell’anno 1928 venne proiettato al pubblico del Colony Theater di New York (CON IL SONORO) l’indimenticabile Steamboat Willie, ovvero il cortometraggio animato che simbolicamente viene considerato il debutto di Topolino (e pure di Minnie).

Quindi siamo tutti d’accordo a fargli gli auguri il 18 novembre? No, non proprio. Perché in realtà il buon Mickey Mouse era già “nato” qualche mese prima, per la precisione il 15 maggio, sempre del 1928. Walt Disney e Ub Iwerks, senza soldi e alla ricerca di un distributore, avevano dato alla luce dopo sei settimane di lavoro Plane Crazy, il primo vero cortometraggio (ancora muto) di Topolino, che venne riservato ad una proiezione di prova davanti ad un pubblico ridotto.

Dunque il compleanno di Topolino è il 15 maggio? Mmmm. Plane Crazy non trovò all’epoca un distributore, restando in cantiere fino al 17 marzo del 1929, quando in seguito al successo spropositato di Steamboat Willie, venne ridistribuito (CON IL SONORO). Successo inaspettato, consacrò definitivamente la fama del topo, che doveva tutto al battello però, non all’aereo.

Il primo cortometraggio di Topolino divenne così il terzo. In mezzo a Plane Crazy e Steamboat Willie ci fu infatti The Gallopin’ Gaucho, proiettato in prova il 7 agosto del 1928, a cui toccò la stessa sorte del suo predecessore: la ridistribuzione con sonoro, datata 30 dicembre 1928.

Ok, evitiamo confusione e riordiniamo le date:

  • 15 maggio 1928: proiezione di prova di Plane Crazy (film muto)
  • 7 agosto 1928: proiezione di prova di The Gallopin’ Gaucho (film muto)
  • 18 novembre 1928: proiezione pubblica di Steamboat Willie (con sonoro)
  • 30 dicembre 1928: proiezione pubblica di The Gallopin’ Gaucho (con aggiunta del sonoro)
  • 17 marzo 1929: proiezione pubblica di Plane Crazy (con aggiunta del sonoro)

Quindi il compleanno di Topolino quando diavolo è? Io, sinceramente non so decidermi.

E nel dubbio gli auguri glieli faccio entrambi i giorni.

#Sapevatelo: 5 cose su… Chi ha incastrato Roger Rabbit

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1) Nonostante i grandissimi sforzi compiuti, il trio di produttori Frank Marshall, Steven Spielberg e Kathleen Kennedy non riuscì ad inserire nel film tutti i personaggi dei cartoni animati che avrebbe voluto. Difatti mancano alcuni nomi illustri (motivi economici e di diritti), se ripensiamo agli anni ’80, come Braccio di FerroCasper e Tom e Jerry.

2) Nelle prime versioni del film c’erano notevoli differenze riguardo al personaggio del Giudice Morton. In un primo script infatti, come aiutanti, poteva contare non solo sulle inutili faine (prima sette, poi nella versione definitiva cinque), ma anche e soprattutto sui Sette Nani della Disney, in una inedita versione “cattiva”. La Disney, non pienamente convinta dell’idea, fece cambiare il tutto, così come non diede l’approvazione alla scena che rivela che è stato proprio il Giudice Morton ad uccidere la mamma di Bambi nell’omonimo film.

3) Fu la Disney a comprare i diritti del libro ed a muovere ingenti quantità di capitali per la realizzazione del film, ma alla fine la pellicola fu distribuita dalla Touchstone Pictures (divisione “per adulti” della Disney, fondata nel 1984) a causa del contenuto maturo e dei riferimenti sessuali espliciti (qualcuno ha nominato le poppe di Jessica Rabbit?). Il film fu un enorme successo al botteghino, incassando 329 milioni di dollari (ne era costati 70), risultando il preludio a quello che è conosciuto oggi come il “Rinascimento Disneyano”, ovvero una serie di film dall’enorme boom di incassi che fecero passare la Disney dall’orlo del fallimento al dominio del settore (il primo fu “La Sirenetta”, 1989).

4) Non tutti lo sanno ma la storia è tratta da un romanzo, scritto dallo statunitense Gary Wolf, nel 1981, dal titolo “Who Censored Roger Rabbit?”. Tante le differenze a partire dall’ambientazione, che figurava un mondo abitato dai personaggi animati, ma protagonisti di fumetti, con tutte le rispettive logiche comunicative (ad esempio parlare attraverso i baloon) e tanta, tanta volgarità. E, tra l’altro, il poco sopportabile coniglio protagonista moriva nelle prime fasi della trama (fu appunto “censurato”), con il detective Eddie Valiant a cercare il suo assassino assieme alla controfigura auto-generata di Roger (è complicato, ma adesso non sto qui a raccontarvi il libro: leggetevelo).

5) Momento storico (e probabilmente irripetibile) nel film: l’incontro nella stessa pellicola di Topolino e Bugs Bunny. I due non si erano mai visti insieme per evidenti ragioni di concorrenza tra Disney e Warner Bros., di cui sono le mascotte. La Warner concesse i diritti di utilizzo dei suoi personaggi, ma fu rigidissima: Bugs deve comparire e parlare gli stessi secondi di Topolino. E difatti il topo e il coniglio compaiono nelle stesse scene, sempre assieme e mai da soli. Stessa cosa per i rispettivi paperi Daffy Duck e Paperino.

BONUS: la Roger Rabbit Dance è entrata sparata in quell’elenco di mosse hip-hop che fanno terribilmente fine anni ’80/ metà anni ’90 (alla MC Hammer o alla Carlton, per intenderci). Se volete impararla, andate qui