Ci è piaciuto The Amazing Spider-Man 2?

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Premessa: il primo film mi ha lasciato abbastanza indifferente. Sono un buon fan dell’arrampicamuri, ma, cinematograficamente parlando, di quella schiera che ha amato davvero molto tutta la prima trilogia di Raimi, e che era certo che difficilmente si sarebbero fatti due primi capitoli migliori (sul terzo si vedrà). Ma oggi concentriamoci su questo nuovo reboot che prende molti spunti dalla versione Ultimate di Spider-Man.

Tornando al primo film, lo avevo mal sopportato per diversi motivi: di certo non per la sceneggiatura, ma per la realizzazione tecnica. Gli scontri tra Spider-Man e Lizard erano realizzati con una CGI ai limiti dell’indecenza per un film del 2012 sui supereroi, senza contare il pessimo design di Lizard; le tante scene utili solo a far pensare “certo che però il 3D, eh”, ma paradossalmente del tutto inutili ai fini della spettacolarità; l’eccessivo e a tratti fastidioso product placement della Sony, che va bene che c’hai i diritti e ti devi promuovere, ma non è possibile che qualunque dispositivo elettronico e a New York è marchiato (ben in primo piano) col tuo nome; un costume che pareva ritagliato da un pallone da basket, con tanto di lenti da occhiali da sole per gli occhi, che lo rendevano, citando l’inarrivabile blog del Doc Manhattan, The Amazing Spalding-Man; la leggera carenza di strizzatine d’occhio ai fan del personaggio, delle chicche un po’ più nascoste per i più attenti.

E The Amazing Spider-Man 2 ha ancora questi (secondo me) problemi? Ecco, perlopiù no, ma non del tutto. La realizzazione tecnica fa un netto passo in avanti: le scene dove Spider-Man sembra muoversi all’interno di un videogioco non interattivo (e non in un ambiente verosimile) sono poche e non di particolare rilevanza. Quelle ammiccanti al 3D ci sono ancora, stavolta in numero ancora maggiore e per quelli (come me) che ci piace ancora il 2D, possono risultare fastidiose. Così come ancora una volta può risultare fastidioso pure il product placement Sony, con la famiglia Parker affezionatissima alla ditta giapponese a quanto pare, anche se STRANAMENTE  l’unico device elettronico rilevante ai fini della trama è targato Hewlett-Packard.

Ma andiamo alle note positive. Il costume: il più bello mai fatto per una trasposizione cinematografica di Spider-Man, punto. Easter eggs? Il film ne è stracolmo, e non fa altro che spararti in faccia, più o meno palesemente, i progetti futuri della Sony per l’Uomo Ragno, che paiono davvero interessanti. Le indiscrezioni sull’eccessiva quantità di villains in questo film crollano nel dimenticatoio dopo la visione, non avendo più motivo di esistere. Anche qui sceneggiatura e regia mi sono piaciute, così come Andrew Garfield, a cui calza a pennello lo Spider-Man simpatico guascone nerd. Emma Stone piace, ci mancherebbe, perché qui è tanto brava quanto bella.

Ed Electro? Lo scontro più tamarro che ricordi nella storia dei film sui supereroi. La colonna sonora si esalta ed esalta, legando Electro alla musica elettronica, anche qui regalando delle simpatiche chicche nella battaglia conclusiva. Bene Dane DeHaan come Harry Osborn, al quale non avrei dato due lire nella versione Green Goblin ed invece ahpperò.

L’epilogo della pellicola, per chi conosce la storia uno dei momenti di maggiore importanza all’interno della storia editoriale e non solo di Spider-Man, è reso in maniera fin troppo scenografica, anche qui ammiccando in maniera insistente al 3D. Non si raggiunge la potenza, il pathos, l’imprevedibilità che in Amazing Spider-Man #121 cambiarono non solo la vita di Spider-Man, ma quella dei fumetti in generale.

QUINDI? Consigliato, andate a vederlo al cinema però, anche perché a casa, se non avete impianto audio e video coi cosiddetti fate prima a non guardarlo. Molto spettacolare, di forte impatto visivo. Si poteva fare di meglio? Decisamente si, MA se non avete mai letto il fumetto e vi piacciono i film ricolmi di effetti speciali potreste apprezzarlo decisamente di più.

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The Road To PlayStation 4

Gli eroi dei videogiochi per Cranky Kong (ovvero quando Nintendo e Sega si odiavano)

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Il 1995 è un anno importante per la storia dei videogiochi: a Settembre la Sony lancia sui mercati americani ed europei la Playstation (in Giappone era già in commercio dal dicembre 1994). Prima a contendersi la maggior parte dei videogiocatori erano sostanzialmente Nintendo e Sega, con le rispettive console: SNES e Mega Drive erano concezioni opposte della vita.

Così come i rispettivi personaggi: Mario guidava la Nintendo, idraulico italiano paffuto e baffuto alla ricerca della sua principessa, e la Sega contava su Sonic, riccio blu adolescente dotato di super velocità. La “Grande N” aveva però più di un asso nella manica, e le altre punte di diamante ricadevano sotto le saghe di “Legend of Zelda” e, soprattutto, di “Donkey Kong”.

Le stoccate tra le due case non sono mai mancate, ma con il pericolo Sony ormai più che concreto (il 3d della PSX era una bomba) e con la stessa Sega pronta a darsi una mazzata pazzesca sui piedi con il costosissimo Saturn, la Nintendo (dopo aver annunciato con una pernacchia il Nintendo64 sempre nell’estate del 1995) si divertì pure a infierire.

E difatti nel famoso Donkey Kong Country 2 (uscito nel novembre del 1995) suona la marcia funebre alla Sega. Inquadriamo un secondo il gioco: Diddy Kong e la sua fidanzata Dixie devono salvare Donkey Kong, rapito da capitano K. Rool, sconfitto nel primo episodio della serie. Come in quest’ultimo a darci preziosi consigli c’è il saggio e scontroso nonno di Donkey, Cranky Kong (che altri non è che il primo Kong, quello che lanciava barili nel videogioco del 1981).

Cranky è lo stereotipo dell’anziano criticone, che mal sopporta i “nuovi” comportamenti dei suoi parenti eroi dei videogiochi. In questo Donkey Kong Country 2 gestisce un museo, e riconoscerà Diddy tra i suoi “eroi ideali” solo se riuscirà a trovare le 40 Monete DK sparse per tutto il gioco. E ti fa vedere anche il podio dei suoi beniamini: al primo posto c’è Mario, che ne avrebbe raccolte 39, poi Yoshi (29) e sul terzo gradino Link (19).

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Quello che ci importa maggiormente è però nell’angolo in basso a destra, lì dove c’è il cestino dell’immondizia con il cartello “No Hopers” (Senza Speranza). Li avete riconosciuti? La pistola è complicata da riconoscere oggi, ma nel 1995 si capiva facilmente che apparteneva a Earthworm Jim, protagonista dell’omonimo gioco di successo, mentre le scarpe… si, sono palesemente quelle di Sonic.

Che di lì a poco rischiò di finirci per sempre nel cestino, prima di riciclarsi su altre consoles e allearsi addirittura con Mario…