Ci è piaciuto Dragon Trainer 2?

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Nella storia dell’animazione ci sono stati momenti dove un particolare film ha tracciato la strada da seguire per il successo in maniera decisa e innovativa, spostando gli equilibri e aggiungendo nuovi tasselli al concetto di “animazione per ragazzi”. Per la mia generazione IL film che rappresenta tutto questo è senz’altro Il Re Leone. Si adatta Shakespeare, si canta, si ride, ci si emoziona, si riflette. E si piange. Tantissimo.

Chi mastica un po’ di storia dell’animazione sa che Il Re Leone nel 1994 fu, all’interno della Disney, la causa scatenante di un terremoto societario che portò alle dimissioni dell’allora responsabile del reparto animazione Jeffrey Katzenberg. Quest’ultimo fondò poi la DreamWorks, assieme a Steven Spielberg e David Geffen (l’acronimo SKG rappresenta le iniziali del cognome dei tre membri), con l’obiettivo di competere a pieno regime con la Disney, ormai tutt’altro che velatamente mal sopportata da Katzenberg. Il tutto si concretizzò con la nascita nel 2000 del reparto animazione e con la successiva uscita di Shrek (primo premio Oscar come miglior film d’animazione) che, nelle intenzioni, rappresentava lo schiaffo in faccia al modello disneyano.

Ma tutto questo per dire cosa, insomma? Tutto questo per affermare che Dragon Trainer 2, nelle intenzioni, vuole essere il secondo grande schiaffo in faccia alla Disney da parte della DreamWorks. E il fatto che lo script iniziale, più cupo e ambiguo, sia stato rimaneggiato dai piani alti della casa di produzione (ovviamente Katzenberg) non fa che confermare la mia tesi. Chiaramente non farò nessuno spoiler sul film, ma l’impressione che avrete guardando il film, ed ovviamente il suo momento clou, è quella di una specie di gara (passatemi il termine) a “chi ce l’ha più lungo” con la Disney, con la DreamWorks che stavolta non prende in giro il modello disneyano, ma lo fa suo.

Il primo Dragon Trainer era il gioiello della DreamWorks, per profondità dei messaggi, per la costruzione dei personaggi, per un finale coraggioso, sorprendente e soprattutto potente. Si sentiva il bisogno di un sequel? Assolutamente no, ma stiamo pur sempre parlando della DreamWorks, la casa che ci ha dato 4 Shrek (e lo spinoff sul Gatto con gli stivali), 3 Madagascar (più il prossimo film sui Pinguini), 2 Kung Fu Panda (con il terzo episodio in lavorazione). Abituata com’è a mungere i propri franchise di successo fino all’ultima goccia era inevitabile che arrivasse. Tra l’altro è già sicuro che ci sarà anche Dragon Trainer 3, dato che il regista e sceneggiatore Dean DeBlois (regista anche nel primo con Chris Sanders, qui produttore) ha accettato di realizzare il secondo capitolo a patto di realizzare SOLO una trilogia (e cercano già di convincerlo a pensare al quarto).

Dunque non se ne sentiva il bisogno, ma quello che vi stupirà di questa pellicola è proprio la coerenza con l’universo narrativo del precedente capitolo. Sono passati 5 anni dagli eventi del primo film e tutto è esattamente come qualunque persona potrebbe pensare. I personaggi non sono stati stravolti e portano visibilmente segni di invecchiamento e maturazione, fisica e mentale.

I nuovi personaggi non sono stati inseriti in maniera forzata e tutto è spiegato e spiegabile. L’unico pretesto narrativo un po’ campato per aria riguarda, forse, giusto la cicatrice di Hiccup, ma non pregiudica minimamente la qualità del film. E se gli amanti della qualità difficilmente resteranno delusi, anche quelli della pucciosità avranno pane per i loro denti, con i draghi, Sdentato in primis, in versione “micioni coccoloni con le squame”. E, si sa, i gattini domineranno il mondo.

La grafica vi lascerà a bocca aperta e, incredibile a dirsi in un film dove si cavalcano draghi, non è assolutamente finalizzata alla commercializzazione della visione in 3D del film. E questo è un altro grande sigillo di qualità. Mi dicono dalla regia che inoltre per il film è stata utilizzata per la prima volta una tecnica denominata “elaborazione scalabile multi-core”, sviluppata con Hewlett-Packard e destinata a rivoluzionare il mondo dell’animazione computerizzata (almeno secondo quanto afferma Katzenberg). I risultati sono comunque eccezionali.

Il film in più occasioni strizza palesemente l’occhio a Guerre Stellari e, come anticipato, a Il Re Leone, senza mai risultarne una brutta scopiazzatura. Fate sempre attenzione a quello che succede sullo sfondo, perché non esistono punti morti e, vi ricordo, nulla viene lasciato al caso.

Con questo gioiellino di pellicola vi farete delle grandissime risate, ve lo assicuro. Vi emozionerete, vi innamorerete.

E piangerete.

Esattamente come ha fatto il bambino seduto vicino a me al cinema e consolato dai genitori. E direi che a prescindere da quello che posso dirvi io, è questo l’unico sigillo di qualità che conta davvero.

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#Sapevatelo: 5 cose su… Aladdin

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1) Partiamo con un po’ di numeri, che fanno sempre bene: Aladdin è costato 28 milioni di dollari, incassandone più di 500 in tutto il mondo (circa 220 in America e 280 nel resto). Il che, se ci ricordiamo di essere nel 1992, è decisamente incredibile, visto che si tratta del primo cartone animato ad abbattere la soglia dei 200 milioni. Aggiungi che parliamo del film che nel 1992 al botteghino ha sbaragliato la concorrenza di pellicole come Guardia del Corpo, Mamma ho riperso l’aereo, Basic Instinct, Arma Letale 3, Batman Returns e Sister Act. Oppure che quando il film fu distribuito per la prima volta in VHS tirò su un qualcosa come una vendita di 25 milioni di copie. A sua insaputa inoltre, è di Aladdin la colpa della nascita degli odiosi sequel (o prequel) in videocassetta dei Classici Disney: la storia del nostro amico ladruncolo andò così bene nel mercato VHS che decisero di provare a distribuire solo per l’Home Video nel 1994 Il Ritorno di Jafar, che fu un successo e che inaugurò questa fastidiosa tendenza…

2) Aladdin, nonostante tragga MOLTI spunti dal film del 1940 Il Ladro di Bagdad (per alcuni si tratta pure di un mezzo plagio), è tratto dalla storia La Lampada di Aladino, ma il protagonista è ben diverso da chi lo ha ispirato: nel racconto delle Mille e Una Notte è un fannullone perdigiorno, orfano di padre, che non fa altro che far innervosire la madre. Quest’ultima era presente nella prima elaborazione del film, ricoprendo un ruolo centrale, tanto che tra le tante canzoni realizzate e non utilizzate nel film ce n’è una intitolata “Proud of Your Boy”.

La pellicola fu poi rivoluzionata in seguito a quello che fu definito Black Friday (potete approfondire nel documentario Waking Sleeping Beauty) da parte dell’allora capo dell’animazione Jeffrey Katzenberg, secondo cui tutto quello che era stato elaborato fino a quel momento (e voleva dire MOLTO) non andava per niente bene. Data la mancanza di contraddittorio, aveva ragione.

3) Ve la ricordate la scena in cui il Genio finisce la sua prima canzone “Un Amico Come Me” e si mette in posa in attesa degli applausi di Al, Abu e del Tappeto, con tanto di cartello luminoso?

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Ecco. La nascita di questa scena ha una storia particolare: durante i normali test di proiezione fatti davanti ad un pubblico SELEZIONATISSIMO con il film in fase sperimentale e non ancora completamente realizzato dopo la canzone del Genio NESSUNO in sala applaudì. Silenzio tombale. Il fatto risultò così strano che la scena fu comunque mantenuta, ma fu inserito il segnale luminoso “Applause”: un po’ per scherzo, un po’ per non buttare via il lavoro realizzato. Il risultato? L’aggiunta funzionò alla grande: la stessa scena alla prima del film scatenò ordate di applausi.

4) Un po’ di facts sui personaggi. Di Aladdin abbiamo già detto QUI di come sia basato sul’aspetto di Tom Cruise, con la personalità di Michael J. Fox e uno stile nel vestire derivato da un misto tra i modelli a torso nudo di Calvin Klein e i pantaloni bracaloni di MC Hammer. La principessa Jasmine è stata la prima nella storia della Disney a non avere origini caucasiche e fonti non ufficiali dicono che sia basata sull’aspetto di Jennifer Connelly (all’epoca al cinema con The Rocketeer). La voce di Abu, realizzata dal doppiatore Frank Welker, esce dalla stessa bocca che ha realizzato anche le scimmie naziste in Indiana Jones e I Predatori dell’Arca Perduta, ma anche del protagonista del cartone per bambini Il Curioso George (oltre ad essere la voce di Scooby Doo, Mordicchio di Futurama e Tokka e Rahzar nel SECONDO FILM DELLE TARTARUGHE NINJA). Si dice poi che per la figura di Jafar sia stato preso come ispirazione il personaggio ZigZag del film d’animazione The Thief and The Cobbler di Richard Williams.

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Le similitudini sono palesi: aggrottiamo le sopracciglia. Infine il Genio, un personaggio che rompeva gli schemi a che doveva più alla tradizione della Warner Bros che a quella Disneyana. A Robin Williams, sua voce, fu data libertà massima di espressione, tanto che lui ci mise dentro un sacco di imitazioni. Williams tra l’altro a causa del Genio litigò furiosamente con la Disney, con la quale si rifiutò di lavorare per lungo periodo: difatti accettò di prestare la voce al personaggio al minimo salariale al patto che il suo volto non fosse usato per scopi commerciali e il suo personaggio non occupasse più del 25% dello spazio dei cartelloni pubblicitari. Questo perché Williams era al cinema nello stesso periodo con quel COLOSSALE flop che fu Toys, di cui era protagonista e testimonial. La Disney ovviamente accettò l’accordo e se lo dimenticò il giorno dopo, piazzando Williams e il Genio OVUNQUE. Ci vollero parecchie scuse, un originale Picasso comprato dal CEO Disney Eisner e rifiutato dall’attore, oltre alla cacciata di Katzenberg, prima che Williams tornasse a lavorare con la Disney (nel 1996 con il film Jack). 

5) Quinto punto ma al primo posto per importanza. L’idea della realizzazione di un musical animato della storia di Aladdin fu data alla Disney già nel 1988 da Howard Ashman. Per chi non lo conoscesse, sappiate che dobbiamo a quest’uomo molto della nostra infanzia disneyana. Ashman era infatti un geniale autore di testi, premio Oscar con il musicista Alan Menken per “Under The Sea” de La Sirenetta e “Beauty and The Beast” dell’omonimo film. Per Aladdin Ashman scrisse la bellezza di 11 canzoni (non tutte utilizzate poi) e considerava quest’opera la più importante della sua carriera, tanto da pensare di rifiutare di lavorare su La Bella e La Bestia per potersi concentrare solo su Aladdin. Piccolo particolare di rilevanza abbastanza elevata: nel 1990, due giorni dopo aver ricevuto il suo primo Oscar rivelò all’amico Menken di essere malato di AIDS e di avere poco tempo a disposizione per poter ultimare il suo lavoro. Ashman morirà il 14 marzo del 1991, nel pieno del lavoro per Aladdin, e non farà purtroppo in tempo né a vedere realizzata la sua creatura prediletta, né a ritirare di persona il suo secondo Oscar per La Bella e La Bestia nel 1992, dove gareggiavano tre sue canzoni su cinque nomination (“Beauty and the Beast”, “Belle”, “Be Our Guest”). Sulla sua lapide c’è scritto: “O that he would have but one more song to sing”.

EXTRA) Nel 1998 la Disney diede alla luce uno spinoff di Hercules per Disney Channel, realizzando una serie animata di 65 episodi. Di questa ci interessa l’episodio 56 “Hercules and the Arabian Night” in cui abbiamo un fantastico CROSSOVER CON IL MONDO DI ALADDIN. Ade riporta in vita Jafar e si allea con lui, con Hercules e Aladdin chi si trovano a combatterli fianco a fianco. Assente ingiustificato della puntata però è il Genio. Purtroppo.

#Sapevatelo: 5 cose su… Shrek

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1) La storia dell’orco della DreamWorks si basa sulla favola ideata dallo scrittore e illustratore americano William Steig, pubblicata nell’ottobre del 1990 con il nome di “Shrek!”. La storia vedeva come protagonista l’omonimo orco, che dopo essere stato cacciato fuori di casa a causa del suo comportamento burbero, viaggia il mondo trovando infine la tranquillità nell’amore di una principessa-orchessa. Steig, che morirà nel 2003, dopo aver visto la prima del film insieme alla moglie (2001) dichiarò: “Sono venuto qui pensando che avrei odiato questa pellicola, o che avrei pensato ‘Cosa diamine ha fatto Hollywood alla mia storia?’. Ma mi sono dovuto ricredere: avevo paura che avrebbero reso il tutto in maniera eccessivamente tenera e dolce, invece hanno fatto un ottimo lavoro”.

2) Steven Spielberg, che ci ha l’occhio lungo, aveva acquistato i diritti del film già nel 1991, per farne un film a cartoni animati in tecnica tradizionale. Fu poi però convinto dal produttore John H. Williams a portare l’idea, nel 1994, alla neonata DreamWorks, progetto ambizioso avviato dallo stesso Spielberg, assieme a Jeffrey Katzenberg e David Geffen, per provare a rompere il monopolio della Disney nel settore. L’antipatia verso la Disney fu uno dei ‘motori’ del progetto Shrek: Katzenberg, che si era lasciato malissimo nel 1994 con la Disney, di cui era CEO, e ci aveva il dente iper-avvelenato, voleva un prodotto che si potesse rifilare anche agli adulti e che prendesse in giro le meccaniche della fiaba disneyana. Il regista Andrew Adamson gli portò una storia ricca di giochi di parole spinti, talvolta con riferimenti sessuali, e con la colonna sonora dei Guns N’ Roses: da lì al 2001 il tutto venne però ammorbidito. A Radio Disney, media ufficiale della casa del topo, fu proibito di pubblicizzare la pellicola; come risposta il DVD di Shrek uscì a sorpresa lo stesso identico giorno dell’esordio in sala di Monsters & Co (2 novembre del 2001), cosa che inasprì ulteriormente il rapporto già teso.

3) Per le fattezze di Shrek si prese come ispirazione il wrestler, e per breve tempo giocatore di rugby, francese Maurice Tillet, attivo nella prima metà del 1900 e conosciuto anche con lo pseudonimo di ‘Angelo Francese’ o di ‘Uomo più brutto sulla terra’. Nel film Shrek e Ciuchino affronteranno inoltre dei cavalieri imitando alcune delle più famose mosse di Wrestling.

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Per la voce originale, invece, Mike Myers prese il posto del prematuramente scomparso Chris Farley (visto in “Fusi di testa”, “Billy Madison” e “Mai Dire Ninja”). A Myers fu chiesto tra l’altro di usare l’accento scozzese già sentito in “Mia moglie è una pazza assassina?” e soprattutto in “Austin Powers – La Spia che ci provava”, dove lo utilizzava sotto le (enormi e puzzolenti) spoglie di Ciccio Bastardo.

4) Shrek fu il primo film d’animazione a vincere l’Oscar nella neonata ed omonima categoria, come miglior pellicola. Vinse la concorrenza spietata proprio di “Monsters & Co.” e di “Jimmy Neutron: ragazzo prodigio”. Prima del 2001 i lungometraggi animati gareggiavano insieme ai film ‘normali’ e solo “La Bella e La Bestia” nel 1991 aveva ricevuto una nomination (si parla di miglior film), anche se la Pixar ricevette nel 1996 un Oscar Speciale per l’animazione per gli incredibili risultati ottenuti con “Toy Story”, così come accadde nel 1938 per l’Oscar alla carriera ricevuto da Walt Disney dopo l’uscita del rivoluzionario “Biancaneve e i 7 Nani”.

5) Il finale in fase di produzione prevedeva che Shrek e Fiona si allontanassero al tramonto mentre il libro che raccontava la loro storia si chiudeva, dando un classico happy ending in tono fiabesco alla pellicola. Fu ancora lo stesso Katzenberg a far cambiare il tutto, perché voleva che gli spettatori se ne andassero via con “una bella risata” (e perché sapeva troppo di finale disneyano, ma questo lo aggiungo io). Fece fare dunque la sequenza dell’esibizione musicale nella palude di Shrek, con Ciuchino e gli altri personaggi della storia che cantano e ballano sulle note di “I’m a Believer”, versione Smash Mouth.

#Sapevatelo: 5 cose su… La Sirenetta

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1) Come anticipato quando si parlava de “Gli Aristogatti”, fu “La Sirenetta” a tirare definitivamente la Disney fuori dalla crisi in cui aveva contribuito a gettarsi con budget ridotti, film mediocri e sperimentazioni fallite (“Gli Aristogatti”“Red e Toby – Nemiciamici”“Taron e la pentola magica”). Il film costò 40 milioni di dollari ed inizialmente attirò su di sé i dubbi e le perplessità di Jeffrey Katzenberg, allora Amministratore Delegato della Disney (oggi lo è della DreamWorks, di cui è uno dei fondatori): a suo parere un film con protagonista una giovane sirena, rivolto ad un pubblico prettamente femminile, non sarebbe stato in grado di raggiungere il successo del precedente film “Oliver & Company” (74 milioni). Cambiò idea quando si decise a vedere la pellicola quasi al completo, sentendo il profumo di soldoni. Per la cronaca saranno 211 i milioni incassati, di cui 84 inizialmente solo tra USA e Canada.

2) Non va dimenticata l’importanza del già citato “Oliver & Company” nel successo de “La Sirenetta”. In seguito alla morte di Walt Disney la casa di produzione aveva faticato a produrre capolavori, cercando più che altro di sopravvivere con produzioni dal budget non altissimo, cercando di sfruttare mode del momento o provando a sperimentare nuove strade, come l’amarezza di “Red e Toby” o il fantasy-noir (pessimo) di “Taron e la pentola magica”. Dopo diversi buchi nell’acqua alla Disney si capì che bisognava tornare alle origini, e soprattutto al film/musical: ed ecco che “Oliver & Company”, 1988, realizzato anche con quanto raccolto – molto – da “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, si prestò bene a tastare il terreno, con un film ricco di canzoni e coreografie, stile che mancava ormai da tempo alla Disney (l’ultimo forse fu “Robin Hood”, 1973). Il risultato fu positivo al botteghino: la Disney aggiunse una favola con una principessa (con una rielaborazione de “La Sirenetta” in cantiere già dagli anni ’30, con lo stesso Disney nel pieno dell’attività) al tema del musical animato. And boom goes the dynamite.

3) Gli Easter Eggs sono da sempre tra gli elementi più affascinanti delle produzioni cinematografiche. La Disney ne ha fatto sempre un buon utilizzo e non mancano ovviamente ne “La Sirenetta”: non starò qui ad elencarli tutti, ma prendo come esempio quello a mio parere più significativo:

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Siamo all’inizio del film, poco dopo i titoli di apertura, all’ingresso in scena di Re Tritone, e nella folla si scorgono tre ospiti speciali…

4) L’aspetto di Ariel fu basato su quello della bellissima Alyssa Milano (che appezzeremo anche in “Melrose Place” e “Streghe”), che all’epoca (1989) era famosa per interpretare la figlia teenager del protagonista nel telefilm “Casalingo Superpiù”, uno dei prodotti di spicco, con “Pappa e Ciccia”“Una bionda per papà” e “Otto sotto un tetto” della ABC. Rete, la ABC, che ha sempre avuto legami con la Disney, con investimenti anche nei parchi a tema, e che tra l’altro diventerà di proprietà della stessa multinazionale del topo nel 1995. Anche Ursula ebbe una base di ispirazione reale, ovvero la drag queen del secolo, secondo People, Divine, mentre per Sebastian è evidente il tocco alla Sammy Davis Junior.

5) Quante volte avete sentito di simboli sessuali nascosti in maniera più o meno evidente nelle pellicole Disney? Scommetto tante, forse troppe. In questo caso però l’ennesimo genitore moralista tirò su un vero e proprio putiferio. Sulla prima copertina della VHS, una delle torri del palazzo alle spalle dei protagonisti assomiglia in maniera inequivocabile ad un pene. La genitrice in questione, allarmata dal fatto che la propria creatura, fissando attentamente l’immagine, potesse rimanere traumatizzata a vita o esclamare “Oh cazzo, quello è un cazzo!”, dopo aver sequestrato in nome della moralità tutte le copie del film in un supermarket di Phoenix, si radunò con altri genitori per protestare contro l’ignobile gesto, frutto, secondo la Disney, di un errore dovuto alla fretta del disegnatore. Il risultato? La copertina fu cambiata, ma ormai era troppo tardi per quei bambini traviati….

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