#Sapevatelo: 5 cose su… Dumbo

dumbo-classic-disney-4613149-1280-960

1) Spesso le storie dei classici Disney derivano da famosissime fiabe, leggende e grandi miti. Nel caso, molto particolare di Dumbo, siamo di fronte ad un film che prende ispirazione da una breve storiella di neanche dieci pagine decisamente sconosciuta, scritta da Helen Aberson e illustrata da Harold Pearl nel 1939. Il tutto trovò l’interesse di Walt Disney quando fu distribuito in un formato particolare, chiamato Box & Scroll o Roll-A-Book, che prevedeva che illustrazioni e testo fossero messi in sequenza dentro una “scatola”, rendendo la lettura un qualcosa di simile alla visione di un film. Walt, tra lo stupore della stessa Aberson, fiutò l’affare e si pigliò subito i diritti, per poi realizzarne il film che uscì nel 1941.

2) Nonostante l’interesse da parte di Disney, Dumbo non doveva rappresentare un grandissimo investimento per i suoi studi. Realizzato più che altro come opera di riempimento in pieno periodo bellico (tanto che al contrario di quanto fatto fino a quel momento Walt Disney non ne curò direttamente la realizzazione), finisce con l’essere l’ancora di salvataggio della Disney stessa, reduce dai pessimi risultati al botteghino di Pinocchio e Fantasia (dovuti gran parte allo scoppio della guerra in Europa). Per terminarlo ci vollero appena sei mesi, e la chiusura dei mercati europei che ne impediva l’esportazione non faceva ben sperare. E invece guarda un po’ che succede: il film viene a costare 830mila dollari incassandone 2,5 milioni, ovvero più di quanto portarono a casa Pinocchio e Fantasia messi assieme. Voci dicono che Dumbo sia diventato subito il film preferito di Walt Disney. Chissà perché.

3) Oltre ad essere citato (a ragione) da Spielberg come rifugio psicologico degli Americani in tempo di guerra nel suo film “1941 Allarme a Hollywood”, (il generale Stilwell si commuove al cinema andando a vederlo alla sua uscita in sala) l’elefantino si era accaparrato la copertina del numero di dicembre del 1941 del Time, traguardo decisamente ambito da molti. Copertina che non vide però mai la luce a causa di forze maggiori, ovvero l’attacco di Pearl Harbor, che monopolizzò giustamente l’attenzione.

4) Un po’ di primati conquistati da Dumbo: è il primo lungometraggio Disney ambientato in America e il primo a presentare un protagonista che non parla mai per tutto il film (questo se ovviamente non consideriamo Cucciolo un protagonista); la versione italiana fu il primo adattamento curato da Roberto De Leonardis, figura storica che si occupò in prima persona di tutti i classici dal 1950 al 1981 (tranne “Lo Scrigno delle Sette Perle”); è infine il Classico Disney più breve in assoluto, di appena 64 minuti. Tra gli altri fatti degni di nota la lettera di congratulazioni di Walt Disney inviata al Quartetto Cetra e allo stesso De Leonardis per l’ottimo lavoro svolto nella versione italiana.

5) Periodo storico turbolento quello che accompagnò la produzione di Dumbo. Tra i tanti problemi, degno di nota è quello del sindacato degli animatori Screen Cartoonist Guild, guidato da Herbert Sorrell, che si scontrò duramente con Walt Disney per la sottoscrizione di un accordo che tutelasse le condizioni dei lavoratori. Dopo i tanti rifiuti di Disney, il 29 maggio del 1941, con la produzione del film ormai ben avviata,si giunse ad uno sciopero che coinvolse gran parte del personale, che venne persino caricaturato nel film, quando dei clown vanno a chiedere l’aumento al principale. Dopo cinque settimane il tutto si concluse, influendo sulla reputazione degli Studios Disney, non più un posto idilliaco.

Annunci

#Sapevatelo: 5 cose su… Up

upwallpaper4qq1

1) Partendo dalla premessa che tutti i premi che ha vinto se li è meritati di gran lunga, Up è il secondo film d’animazione nella storia del cinema ad essere stato nominato per la vittoria del premio Oscar nella categoria “Miglior Film” (vinse The Hurt Locker). Il primo era stato La Bella e La Bestia nel 1991, quando ancora però non esisteva il premio per il miglior lungometraggio d’animazione. Superfluo aggiungere che Up nel 2010 quest’ultimo lo vinse a mani basse. Fu anche il primo lungometraggio animato ad aprire il Festival di Cannes, il 29 maggio del 2009: in quell’occasione, dopo aver visto il film, la sala rimase completamente in silenzio. Fu l’attrice Tilda Swinton ad alzarsi in piedi per prima ad applaudire, facendo partire la standing ovation.

2) Tra le tante cose meravigliose di questo capolavoro, c’è da prestare molta attenzione ai colori usati. Il magenta in Up vi dice qualcosa? No? Allora leggete cosa ci spiega Ricky Nierva, production designer del progetto: “Il film parte con un cinegiornale in bianco e nero e questo ci ha fatto pensare di utilizzare al meglio i colori per raccontare la nostra storia. Quando Ellie è viva e Carl è pieno di vitalità, le scale di colori sono brillanti, vivaci. Dopo la scomparsa di Ellie tutto torna a spegnersi, si ritorna quasi al bianco e nero. Abbiamo pensato anche di simboleggiare Ellie con il colore magenta: attraverso tutto il film ci sono fiori, paesaggi, cieli di quel colore a ricordarci la sua presenza costante. Quando Carl decide di isolarsi dal mondo non vediamo più molti colori, fino alla comparsa di Russell, che cambia tutto. Porta di nuovo il colore nella sua vita. E così ogni volta che un nuovo personaggio entra a far parte della sua vita, come Dug, abbiamo aggiunto un nuovo colore alla scena.”

3) Il film, uscito nel 2009, era in cantiere fin dal 2004, sempre con regia e sceneggiatura di Pete Docter e Bob Peterson. Nelle prime fasi di stesura della storia il volo di Carl e della sua casa sarebbe stato inizialmente molto più tragico nei toni, in quanto l’uomo sarebbe partito alla volta del cielo per raggiungere la defunta Ellie, in quello che si sarebbe rivelato una sorta di viaggio suicida. Si cambiò poi leggermente il tiro, cercando di fargli avere ancora un obiettivo nella vita, quello di raggiungere la meta sudamericana che la povera Ellie non fece in tempo a visitare.

4) Degli Easter Eggs mi sono ripromesso di parlare relativamente poco, ma quando si ha a che fare con la Pixar è impossibile non accennarne. In questo caso ne segnalo uno presente in Toy Story 3, ovvero una cartolina appesa sulla bacheca della camera del cresciuto Andy.

pixartriv-66

Se siete ancora in possesso di tutte le vostre diottrie, sulla cartolina potete leggere che a mandarla sono stati proprio Carl e Ellie Fredricksen.

5) Il cattivone del film si scopre essere l’avventuriero Charles Muntz, l’idolo dell’infanzia di Carl che si rivelerà poi essere un avido personaggio senza scrupoli. Il suo nome appare un riferimento abbastanza evidente alla figura di Charles Mintz. “Ecchiddiamineè?” direte voi. Charles Mintz è un produttore americano, noto per essere stato tra i primi a commissionare lavori ai giovani Walt Disney e Ub Iwerks, che si fecero conoscere attorno agli Anni ’20 per le loro Alice Comedies. Mintz, a capo della Winkler Pictures dopo aver sposato nel 1924 Margaret Winkler, chiese a Disney e Iwerks di sviluppare un nuovo personaggio per dei cortometraggi animati: ne venne fuori Oswald il Coniglio Fortunato, il primo grande “figlio artistico” di Walt Disney. Quel gran furbone di Mintz, dopo aver visto il successo di Oswald, mise direttamente sotto contratto per la sua azienda tutti gli animatori che lavoravano per Disney (tranne Iwerks, che gli rimase fedele), prendendo in mano in prima persona la produzione del cartoon, soffiando di fatto i diritti del coniglio al buon Walt (che si rifece in fretta e nel 1928 creò a sua volta il buon Topolino). Insomma, tutto questo per sottolineare la plausibilità del parallelo Carl Friedricksen/Walt Disney e di quello Charles Muntz/Charles Mintz.

#Sapevatelo: 5 cose su… Fievel sbarca in America

936full-an-american-tail-poster

1) In un periodo di pesante flessione per il cinema d’animazione, con la Disney in un periodo non brillantissimo per quanto riguarda le idee (con conseguenti incassi tutt’altro che esaltanti), si colloca Fievel Sbarca in America (An American Tail, 1986). Alla regia c’è tale Don Bluth, ex animatore Disney che aveva abbandonato la House of Mouse alla fine degli anni ’70 per fondare una propria casa di produzione. La Don Bluth Productions, tra le tante cose buone, diede vita al videogioco Dragon’s Lair nel 1983, e, soprattutto, nel 1982, al suo primo lungometraggio animato: Brisby e il segreto di NIMH. Sulla scia di questi successi partì dunque nel 1984 la collaborazione con la Amblin Entertainment, neonata casa di produzione fondata da Spielberg: quello che ne venne fuori è Fievel Sbarca in America, con il regista di ET che era rimasto folgorato da Brisby e il segreto di NIMH. La pellicola ebbe il grande merito di porsi come reale alternativa alla Disney, surclassata negli incassi nel 1986, evitando di fatto il declino del cinema in animazione tradizionale. Funse come fonte di ispirazione anche Le Avventure di Bianca e Bernie del 1977, che come in Fievel, prevede una società di animali parallela a quella umana.

2) Per Spielberg si tratta della prima partecipazione in assoluto per quanto concerne la realizzazione di un film d’animazione, e il film per diversi aspetti è basato su alcune sue vicende personali. Per esempio il nome “Fievel”, nome Yiddish del nonno di Spielberg (Philip Posner), per il quale discusse con Bluth, che riteneva “Fievel” un nome troppo poco familiare per un pubblico di bambini. Alla fine la spuntò a ragione Spielberg, il cui ruolo fu comunque, a detta di Bluth, tutt’altro che invasivo, fungendo da importante consulente per sceneggiatura e storyboards. Il tutto era dovuto anche alla mancanza di esperienza nel campo dell’animazione di Spielberg, che non si rese conto fin da subito del tempo necessario (moltissimo) per modificare una scena e realizzare due minuti di film.

3) Don Bluth era fin da subito stato chiaro su una cosa per quanto riguarda le sue opere: voleva prodotti in animazione tradizionale di alta qualità tecnica prima di tutto. Per questo non vedeva di buon occhio l’animazione televisiva, di basso rango, modificando in corso d’opera il budget (in partenza fissato a 6,5 milioni di dollari, contro i 12 impiegati dalla Disney in media) e portandolo a 9 milioni di dollari, convincendo anche gran parte della produzione a congelamenti e tagli di salari e a relative battaglie con i sindacati dei lavoratori. La produzione fu travagliata anche per l’eccessivo controllo esercitato nelle fasi iniziali della produzione da parte della Amblin e della Universal (la casa di distribuzione), che richiedevano di approvare GIORNALMENTE tutto il lavoro effettuato, rallentando di fatto tutta la macchina.

4) Per chi mastica fumetti la rappresentazione del travaglio della cultura ebrea tramite l’allegoria dei topi non può che riportare alla mente il capolavoro di Art Spiegelman, Maus. E se ne accorse subito anche lo stesso Spiegelman, che accusò pubblicamente Spielberg di plagio, per lo sfruttamento improprio della metafora. Curioso anche il fatto che pure Maus sia del 1986, sebbene già dai primi anni ’80 fosse stato pubblicato il primo capitolo della sua opera, come inserto del giornale Raw. Spielberg rigettò indietro sempre le accuse, ma nel 1991, quando la pubblicazione di Maus II coincise con l’uscita di Fievel conquista il West si beccò un simpatico “cinico, brutto pezzo di m..da” da parte di Spiegelman.

800px-Feivel-plushie-SEARS

5) Il design di Fievel fu studiato e realizzato in stretta collaborazione con il reparto marketing della SEARS, famosa catena di supermercati di grande distribuzione americana. Il motivo è ovviamente legato ad accordi di merchandising, con i prodotti di Fievel in esclusiva per la SEARS, tra cui un raro (oggi) peluche di Fievel di circa 50 cm e snodabile. Per il topolino, che divenne ben presto la mascotte degli Amblin Studios, e per tutto il suo mondo, si optò per uno stile di disegno molto morbido, vicino a quello disneyano degli anni ’40, che voleva differenziarsi da quello spigoloso, moderno, che guardava con curiosità alla computer grafica. Fu una scelta più che vincente, che contribuì inconsapevolmente anche al rilancio pochi anni dopo della Disney, che si risollevò tornando a quello stile grafico con La Sirenetta (1989).

#Sapevatelo: 5 cose su… Aladdin

aladdin_8007038344788

1) Partiamo con un po’ di numeri, che fanno sempre bene: Aladdin è costato 28 milioni di dollari, incassandone più di 500 in tutto il mondo (circa 220 in America e 280 nel resto). Il che, se ci ricordiamo di essere nel 1992, è decisamente incredibile, visto che si tratta del primo cartone animato ad abbattere la soglia dei 200 milioni. Aggiungi che parliamo del film che nel 1992 al botteghino ha sbaragliato la concorrenza di pellicole come Guardia del Corpo, Mamma ho riperso l’aereo, Basic Instinct, Arma Letale 3, Batman Returns e Sister Act. Oppure che quando il film fu distribuito per la prima volta in VHS tirò su un qualcosa come una vendita di 25 milioni di copie. A sua insaputa inoltre, è di Aladdin la colpa della nascita degli odiosi sequel (o prequel) in videocassetta dei Classici Disney: la storia del nostro amico ladruncolo andò così bene nel mercato VHS che decisero di provare a distribuire solo per l’Home Video nel 1994 Il Ritorno di Jafar, che fu un successo e che inaugurò questa fastidiosa tendenza…

2) Aladdin, nonostante tragga MOLTI spunti dal film del 1940 Il Ladro di Bagdad (per alcuni si tratta pure di un mezzo plagio), è tratto dalla storia La Lampada di Aladino, ma il protagonista è ben diverso da chi lo ha ispirato: nel racconto delle Mille e Una Notte è un fannullone perdigiorno, orfano di padre, che non fa altro che far innervosire la madre. Quest’ultima era presente nella prima elaborazione del film, ricoprendo un ruolo centrale, tanto che tra le tante canzoni realizzate e non utilizzate nel film ce n’è una intitolata “Proud of Your Boy”.

La pellicola fu poi rivoluzionata in seguito a quello che fu definito Black Friday (potete approfondire nel documentario Waking Sleeping Beauty) da parte dell’allora capo dell’animazione Jeffrey Katzenberg, secondo cui tutto quello che era stato elaborato fino a quel momento (e voleva dire MOLTO) non andava per niente bene. Data la mancanza di contraddittorio, aveva ragione.

3) Ve la ricordate la scena in cui il Genio finisce la sua prima canzone “Un Amico Come Me” e si mette in posa in attesa degli applausi di Al, Abu e del Tappeto, con tanto di cartello luminoso?

giphy

Ecco. La nascita di questa scena ha una storia particolare: durante i normali test di proiezione fatti davanti ad un pubblico SELEZIONATISSIMO con il film in fase sperimentale e non ancora completamente realizzato dopo la canzone del Genio NESSUNO in sala applaudì. Silenzio tombale. Il fatto risultò così strano che la scena fu comunque mantenuta, ma fu inserito il segnale luminoso “Applause”: un po’ per scherzo, un po’ per non buttare via il lavoro realizzato. Il risultato? L’aggiunta funzionò alla grande: la stessa scena alla prima del film scatenò ordate di applausi.

4) Un po’ di facts sui personaggi. Di Aladdin abbiamo già detto QUI di come sia basato sul’aspetto di Tom Cruise, con la personalità di Michael J. Fox e uno stile nel vestire derivato da un misto tra i modelli a torso nudo di Calvin Klein e i pantaloni bracaloni di MC Hammer. La principessa Jasmine è stata la prima nella storia della Disney a non avere origini caucasiche e fonti non ufficiali dicono che sia basata sull’aspetto di Jennifer Connelly (all’epoca al cinema con The Rocketeer). La voce di Abu, realizzata dal doppiatore Frank Welker, esce dalla stessa bocca che ha realizzato anche le scimmie naziste in Indiana Jones e I Predatori dell’Arca Perduta, ma anche del protagonista del cartone per bambini Il Curioso George (oltre ad essere la voce di Scooby Doo, Mordicchio di Futurama e Tokka e Rahzar nel SECONDO FILM DELLE TARTARUGHE NINJA). Si dice poi che per la figura di Jafar sia stato preso come ispirazione il personaggio ZigZag del film d’animazione The Thief and The Cobbler di Richard Williams.

Zigzag5onwhite

Le similitudini sono palesi: aggrottiamo le sopracciglia. Infine il Genio, un personaggio che rompeva gli schemi a che doveva più alla tradizione della Warner Bros che a quella Disneyana. A Robin Williams, sua voce, fu data libertà massima di espressione, tanto che lui ci mise dentro un sacco di imitazioni. Williams tra l’altro a causa del Genio litigò furiosamente con la Disney, con la quale si rifiutò di lavorare per lungo periodo: difatti accettò di prestare la voce al personaggio al minimo salariale al patto che il suo volto non fosse usato per scopi commerciali e il suo personaggio non occupasse più del 25% dello spazio dei cartelloni pubblicitari. Questo perché Williams era al cinema nello stesso periodo con quel COLOSSALE flop che fu Toys, di cui era protagonista e testimonial. La Disney ovviamente accettò l’accordo e se lo dimenticò il giorno dopo, piazzando Williams e il Genio OVUNQUE. Ci vollero parecchie scuse, un originale Picasso comprato dal CEO Disney Eisner e rifiutato dall’attore, oltre alla cacciata di Katzenberg, prima che Williams tornasse a lavorare con la Disney (nel 1996 con il film Jack). 

5) Quinto punto ma al primo posto per importanza. L’idea della realizzazione di un musical animato della storia di Aladdin fu data alla Disney già nel 1988 da Howard Ashman. Per chi non lo conoscesse, sappiate che dobbiamo a quest’uomo molto della nostra infanzia disneyana. Ashman era infatti un geniale autore di testi, premio Oscar con il musicista Alan Menken per “Under The Sea” de La Sirenetta e “Beauty and The Beast” dell’omonimo film. Per Aladdin Ashman scrisse la bellezza di 11 canzoni (non tutte utilizzate poi) e considerava quest’opera la più importante della sua carriera, tanto da pensare di rifiutare di lavorare su La Bella e La Bestia per potersi concentrare solo su Aladdin. Piccolo particolare di rilevanza abbastanza elevata: nel 1990, due giorni dopo aver ricevuto il suo primo Oscar rivelò all’amico Menken di essere malato di AIDS e di avere poco tempo a disposizione per poter ultimare il suo lavoro. Ashman morirà il 14 marzo del 1991, nel pieno del lavoro per Aladdin, e non farà purtroppo in tempo né a vedere realizzata la sua creatura prediletta, né a ritirare di persona il suo secondo Oscar per La Bella e La Bestia nel 1992, dove gareggiavano tre sue canzoni su cinque nomination (“Beauty and the Beast”, “Belle”, “Be Our Guest”). Sulla sua lapide c’è scritto: “O that he would have but one more song to sing”.

EXTRA) Nel 1998 la Disney diede alla luce uno spinoff di Hercules per Disney Channel, realizzando una serie animata di 65 episodi. Di questa ci interessa l’episodio 56 “Hercules and the Arabian Night” in cui abbiamo un fantastico CROSSOVER CON IL MONDO DI ALADDIN. Ade riporta in vita Jafar e si allea con lui, con Hercules e Aladdin chi si trovano a combatterli fianco a fianco. Assente ingiustificato della puntata però è il Genio. Purtroppo.

#Sapevatelo: 5 cose su… Cattivissimo Me

18-despicable-me-2-animation-movie

1) Il film è stato completamente animato nello studio francese Mac Guff, il cui reparto animazione è stato acquistato della Illumination Entertainment, e quindi dalla Universal, dopo il successo di Cattivissimo Me (549 milioni di dollari a fronte di un budget di 69). Il primo film d’animazione realizzato dopo l’acquisizione è stato The Lorax, tratto dalla omonima storia di Dr. Seuss: in questo film c’è anche un piccolo cameo di un Minion.

Minion_in_Lorax

2) Il personaggio di Gru, il cui vero nome è Felonius, trarrebbe ispirazione dal popolare fumetto inglese degli anni ’60 Grimly Feendish, con cui le similitudini paiono piuttosto evidenti:

grimy

Inoltre il nome Gru deriverebbe dal quello del Direttorato Principale dell’Informazione dell’esercito russo (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie), ovvero un servizio segreto militare e organo di Intelligence con compiti di controllo delle forze armate avversarie e delle frontiere. 

3) Diversi siti vedono un’ispirazione videoludica per quanto riguarda la creazione dei Minions. Sarebbero infatti basati sui Servbot di Megaman Legends, con i quali condividono palesemente diversi tratti, oltre allo stesso schema di colori. Sono difatti entrambi una serie di piccoli scagnozzi tuttofare dall’aspetto buffo, che ricoprono le più svariate funzioni.

servbots-mml

4) Sul biglietto che le bambine danno a Gru per assistere al loro saggio di danza è da notare il numero stampato: 072069. Il riferimento è palesemente alla data dello sbarco sulla Luna, avvenuto il 20 luglio del 1969, avvenimento che ricopre un ruolo molto importante all’interno della trama nella storyline di Gru.

ticket

5) Il linguaggio parlato dai Minion nel film è stato studiato e organizzato secondo uno schema logico dallo staff creativo del film. Ogni parola pronunciata dai Minion ha infatti una corrispondenza in una lingua reale (e non dicono solo “Banana”): gli è stato dato il nome di Minionese. Essendo la produzione del film molto interculturale (realizzato in Francia, con animatori, scrittori e staff di lingua Inglese, Francese e Spagnola) ed avendo i Minions la voce dei direttori, il risultato è quello di avere un accento misto tra il francese e l’inglese (e tra i termini molti di origine asiatica).

Nel caso vogliate imparare qualche parola di Minionese, QUI POTETE TROVARE LE TRADUZIONI DELLE PRINCIPALI ESPRESSIONI.

#Sapevatelo: 5 cose su… The Nightmare Before Christmas

2006_nightmare_before_christmas_in_disney_005

1) Prima cosa da mettere in chiaro per evitare equivoci: la regia del film NON è di Tim Burton. Il buon Tim ha fornito l’idea di base e ha prodotto la pellicola, ma il regista è Henry Selick. Per carità, la sua impronta resta comunque forte e ben visibile, ma sulla carta si è limitato a realizzare il poema illustrato Un Canto di Natale alla Burton, sua versione della classica storia natalizia. L’idea balena a Burton durante il proprio periodo lavorativo alla Disney, nel periodo tra l’altro delle produzioni più inconsistenti della casa del topo, svolgendo principalmente il ruolo di itercalatore in Red e Toby – NemiciAmici (dove conosce Selick) e di Art Director di Taron e la Pentola Magica (tra i flop Disney per eccellenza). Un periodo piuttosto buio e travagliato, insomma. Da lì nacquero le basi della storia di Jack Skellington, con lo stesso Burton che propose subito l’idea alla Disney, vedendosi rispondere un “ma che richieste fai?! Come facciamo a far digerire ai bambini ‘sta storia?!” (più o meno). La stessa Disney una decina di anni dopo, visto che Burton ci aveva sfornato Beetlejuice e Batman, si accorse di possedere ancora i diritti del film (la solita furbona) e diede il via libera alla produzione del film sotto l’etichetta Touchstone (quella per gli adulti, insomma). Burton aveva da fare, tra Edward Mani di Forbice e Batman – Il Ritorno cinque minuti di tempo libero non riesce proprio a trovarli, e concorda che il suo socio Selick vada alla regia. La Disney allora giusto per sfruttare la fama di Burton, il film ce lo chiama TIM BURTON’s The Nightmare Before Christmas.

2) Attorno al 2001 la Disney prese in considerazione l’idea di produrre un sequel della storia, come in molti altri casi aveva tentato di fare, fortunatamente senza sempre riuscirci. Tra l’altro la pellicola sarebbe stata realizzata tramite la tecnica della computer animation, abbandonando l’uso della stop motion e di fatto snaturando completamente il concetto di partenza. Fu lo stesso Burton, Deo gratias, a convincere la Disney ad abbandonare il progetto: “Sono sempre stato molto protettivo per quanto riguarda la continuità della storia di The Nightmare before Christmas. Roba del tipo ‘Jack che visita il mondo del Ringraziamento’ o cose di questo genere avrebbero rovinato quella purezza del film che ritengo debba restare tale. Questo genere di cose appartenenti al mercato di massa avrebbero reso questa cosa infattibile.”

Salvo poi sputtanare un po’ tutto il discorso in generale con l’annuncio di Beetlejuice 2.

3) Il film esce nel 1993 (29 ottobre per la precisione) ma paradossalmente il vero successo arriverà solo dieci anni dopo, nel 2003, quando la Touchstone rilasciò la riedizione speciale per festeggiarne i 10 anni. Al botteghino la pellicola incassa circa 75 milioni di dollari (50 alla prima distribuzione del 1993 e 25 nelle altre quattro), cifra che ad oggi lo colloca all’89° posto nella classifica degli incassi dei film d’animazione, vicino in graduatoria a film come Oliver & Company e Spirit – Cavallo Selvaggio. Insomma niente di eccezionale, in fatto di introiti, per la Disney/Touchstone. Quello che lo ha reso un brand da sfruttare è stato, come dicevamo, l’acquisto dell’edizione DVD e la gestione del merchandising: solo dalle vendite della citata riedizione del 2003 la Disney ha guadagnato 26 milioni di dollari. Cifra talmente sorprendente che spinse la Disney ad una scelta: se possedete una copia del film (DVD o Blu Ray) risalente agli anni successivi al 2006, vedrete che il logo Touchstone viene relegato nei meandri della copertina, sostituito da quello della Walt Disney, che viene mostrato a caratteri cubitali. Tipo come il padre che abbandona il figlio e lo riconosce solo quando diventa famoso.

4) Un po’ di cifre rapide sulla produzione del film: fu distribuito in anteprima il 15 ottobre 1993 (come test) in una serie limitata di sale, dove portò a casa la seconda migliore media-incassi fatta dalla Disney all’epoca, dietro solo ad Aladdin; la stop motion richiese ovviamente tempi lunghissimi, roba del tipo che ci vollero un qualcosa come tre anni per fare tutto il film, o, se preferite, una settimana piena di lavoro per realizzare tre/cinque minuti di girato; sono stati costruiti 227 pupazzi per rappresentare i personaggi del film e altrettanti set di paesaggi; per Jack furono usate più di 400 facce diverse, permettendogli praticamente di esprimere col volto qualunque emozione possibile.

5) Jack Skellington fa un cameo sia in Beetlejuice…

beetlejuice250

…sia in James e la Pesca Gigante (è palesemente il capitano della nave pirata, poi il film è diretto da Selick e prodotto da Burton…)

Skeleton_Pirate_Captain

…sia in Coraline e la Porta Magica (nell’uovo, con un po’ di fatica, si vede) (anche questo diretto da Selick)…

jack_skellington_in_coraline_002

…sia in Alice in Wonderland di Burton, nel foulard del Cappellaio Matto.

alice_hatter_depp_001

EXTRA) Sappiate che c’è chi ha visto il film pensandolo come una pellicola centrata sul marketing e sulla figura di Jack Skellington come Brand Manager di un’azienda. Lo pensa tal Jim Edwards, che sulla rivista Brandweek del 30 ottobre 2006 scrive questo:

nbc brand

#Sapevatelo: 5 cose su… Le Follie dell’Imperatore

The Emperor's New Groove

1) Definire problematico lo sviluppo di questo film è riduttivo: nel 1994, in pieno Rinascimento Disney, viene messo in cantiere il progetto Kingdom Of The Sun, un musical animato affidato alla regia di Roger Allers (che aveva diretto con Rob Minkoff Il Re Leone). Il tutto ruota attorno alla figura di un giovane imperatore egoista che scopra un contadino suo sosia e decide di “scambiarsi” le vite. L’Imperatore però deve fare i conti con la perfida Yzma, strega che evoca un demone per catturare il potere del sole e rimanere giovane per sempre. Scoperto lo scambio tra l’imperatore e il povero, decide di trasformare il primo in un lama e di soggiogare il secondo per poter raggiungere più facilmente il suo scopo. L’imperatore, trasformato, imparerà il valore dell’umiltà e troverà l’amore di una pastorella di lama, prima di sconfiggere la strega e bla bla fino al lieto fine (in generale notevole influenza di Il Principe e il Povero). I primi test di fronte al pubblico danno risultati pessimi, e tra modifiche e rimandi, arriva il 1999, quando a Allers viene dato l’ultimatum dell’estate del 2000. Chiede più tempo, non glielo danno e lui se ne va: il CEO Disney Eisner dà al produttore Randy Fullmer DUE SETTIMANE per salvare il progetto, prima di chiuderlo definitivamente. Fullers e i suoi collaboratori stravolgono tutto, cambiano il titolo e di fatto nel dicembre del 2000 (leggero ritardo) fanno uscire quella perla di Le Follie dell’Imperatore, che costa 100 milioni dollari e al botteghino ne incassa 169 (risultato un po meh, ma a noi ci piace comunque).

2) Nel 1994 inoltre fu messo sotto contratto tra l’altro Sting, che fiutò (male) l’odore di successo, sulla scia di quanto fatto da Elton John ne Il Re Leone. Scrisse e cantò tutti i brani del suddetto musical prima del cambio radicale del film, che rese praticamente inutile tutto il suo lavoro, in quanto erano mutati la trama e il genere: di fatto una sola canzone fu mantenuta nel film (“My Funny Friend and Me”, candidata anche agli Oscar). Sting la prese bene, direi: “All’inizio dopo la notizia mi sono sentito arrabbiato e un po’ turbato. Poi ho capito di volere vendetta.” Vendetta che indirettamente preparò sua moglie, Trudie Styler. La signora, all’interno dell’accordo economico per l’ingaggio del marito, aveva ottenuto di poter filmare tutta la preparazione del lungometraggio per poterne realizzare un documentario. Ne venne fuori un prodotto che mette in luce gli aspetti più cupi e critici della travagliata realizzazione di questo film. Il documentario in questione si chiama The Sweatbox e l’hanno visto in pochissimi, perché la Disney stessa, che (chiamala scema) ne deteneva i diritti, si è guardata bene dallo sputtanarsi facendolo girare. Tanto per dire si chiama The Sweatbox (riprendendo il termine coniato dallo stesso Walt Disney) perché “a causa della mancanza di aria condizionata, gli animatori erano costretti a lavorare con un caldo allucinante, sudando in maniera indecente mentre il loro lavoro veniva osservato e criticato dai dirigenti”.

3) Come la quasi totalità dei film di animazione anche questo è ricco di riferimenti e citazioni. Quelle da segnalare sono però due, davvero interessanti. La prima riguarda il candelabro che Kronk accende prima della cena (con veleno, quel veleno) preparata appositamente per Kuzco. Pare che il volto che si vede sia uno dei personaggi dello script originale dell’opera, come si può vedere anche dai disegni (vedere il tizio fisicato).

kronk

425735-kingdom_of_the_sun1

Altra interessante citazione si ha quando Kuzco, solo nella giungla, assiste alla scena di una mosca che supplica aiuto e che viene mangiata da un ragno. Anche qui il riferimento è alla scena finale del film horror L’Esperimento del Dottor K, dove il protagonista a seguito di un fallimentare esperimento si ritrova mutato in una mosca. Insomma un cult tra i film relativi alle metamorfosi.

4) Il finale originale della storia (rivoluzionata) vedeva Kuzco che, una volta ritornato umano, costruiva comunque la sua amata Kuzcotopia, ma non sulla collina di Pacha, bensì su quella a fianco, invitando la famiglia dell’amico a vederla e a divertirsi con lui nel suo parco divertimenti. Tuttavia ancora Sting, sempre un po’ incazzato, spedì una nota alla produzione, facendo notare che se davvero fosse finita così, la storia non avrebbe portato ad un reale cambiamento di Kuzco, che avrebbe fatto sfoggio della sua opulenza in mezzo ai villaggi dei poveri contadini. I produttori dissero “và che c’hai ragione” e modificarono la conclusione in quella odierna, con l’Imperatore che si costruisce una casetta uguale a quella di Pacha e si diverte nei luoghi naturali delle colline insieme a Pacha e alla sua famiglia.

5) Le Follie dell’Imperatore è il primo lungometraggio animato dal 1990 in poi a non essere strutturato come un musical. L’ultimo a non esserlo era stato Bianca e Bernie nella Terra dei Canguri: di fatto segna una prima svolta nel post era rinascimentale della Disney, anche se, come abbiamo visto nei primi punti, il film doveva essere ancora strutturato secondo la formula (vincente e sicura) del musical.

BONUS) Il nostro idolo Kronk, non tutti lo sanno, oltre ad essere un amabile idiota ha un cognome altrettanto idiota. Ed è Pepikrankenitz: viene rivelato in una puntata dello spinoff del film, The Emperor’s New School.