Plagio di plagio di plagio, qualche pensiero sul crossover Simpson-Griffin

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Si, l’ho visto con un po’ di ritardo (in America è uscito il 28 settembre) dovuto a cavoli vari, ma alla fine l’ho recuperato. Prima di godermelo avevo sentimenti decisamente contrastanti: sarà una boiata di una banalità sconcertante? Sarà un evento storico indimenticabile da tramandare ai posteri? Sarà quel che sarà.

E quel che è stato è che, come sempre, la verità sta nel mezzo. “The Simpson Guy” è qualcosa che vi lascerà stranamente stupiti. Stranamente perché mettere i Griffin a Springfield potrà fare inizialmente lo stesso effetto del mettere il cioccolato sulla bresaola: si storce il naso, si urla al gombloddo per una mera operazione di marketing che nessuno ha intenzione di mascherare (come dimostrano le parole dello stesso Chris ad inizio puntata). Stupiti perché dopo lo straniamento iniziale tutti i pezzi si sistemano e si configura uno strano equilibrio della situazione che rende il tutto curiosamente plausibile. Anche se va sempre tenuto a mente che si tratta di una puntata dei Griffin, che, sebbene ambientata nell’universo dei Simpson, non sarebbe mai potuta andare in onda come normale episodio di una stagione dello show di Homer e famiglia.

Osservando meglio però, il tutto diventa molto più interessante. Vi invito a guardare con un occhio diverso questa puntata, che si risolve in un interessante discorso attorno alle due serie, che passa attraverso citazioni azzeccate, ragionamenti sul plagio, sulla rappresentazione animata della famiglia americana, sulla rivalità tra gli show di MacFarlane e Groening.

Mi pare evidente che sia una mera operazione di marketing di Fox, non potrebbe essere altrimenti. Ma va di certo detto che è una eccellente operazione di marketing. La puntata ha i suoi punti morti, è vero, ma la disputa Duff-Pawtucket Patriot è la vera chiave di comprensione dell’episodio, il suo fulcro narrativo.

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E soprattutto la presenza di Fred Flinstone come giudice del processo è molto più di un semplice cameo: ragioniamo sul fatto che parlare di plagio, di  belle o brutte scopiazzature è ormai inutile e superfluo (nonostante i primi a farlo siano stati proprio i Griffin e i Simpson, punzecchiandosi a vicenda in più occasioni). Sono i rispettivi contesti socio-culturali-televisivi di partenza a costruire le rappresentazioni delle famiglie americane: i Flinstone, i primi Simpson, i Simpon post 2000, i Griffin e tutte le altre famiglie della televisione americana, sono figlie dei rispettivi momenti. Restano le basi, ma cambiano i tempi, evolvono e mutano le famiglie e il loro modo di raccontarle.

Banalità? Certo. Ma è la verità, e invece di perdere tempo a tribolare su chi ha copiato chi, godiamoci questi show. E ogni tanto riflettiamoci su: talvolta hanno molto più da offrire che una risata vuota.

P.S. Complimenti a chi ha notato nella puntata la sigla A113. Se non sapete cos’è, male male. Ma prima o poi ve lo spiegherò.

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In gita all’ItLUG Lecco 2014

C’è gente che nei weekend porta la propria fidanzata al mare, in montagna, in qualche posto esotico. Io lo scorso fine settimana, la mia (tutt’altro che controvoglia però), l’ho portata alla sezione di Lecco del Politecnico di Milano. A vedere qualcosa di MERAVIGLIOSO. E sto parlando del raduno ItLUG 2014, ovvero di una bellissima mostra allestita dall’associazione italiana LEGO Users Group (qui il loro bellissimo sito).

Con in testa l’idea di realizzare un qualcosa che potesse assomigliare lontanamente ad un fotoreportage (seppur sprovvisto di fotocamera all’altezza), mi sono portato dietro il mio fotografo di fiducia

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…sperando di regalare comunque qualche sospiro di stupore alla vista di queste bellezze a mattoncini.

Non si fa comunque neppure in tempo ad entrare nell’edificio che la prima costruzione ad accoglierti è questa versione di Piazza delle Erbe di Verona. Per la cronaca, più di 30.000 mattoncini utilizzati nell’allestimento.

Si prosegue con un po’ di roba varia, sempre di gran livello, spaziando da paesaggi bellici a castelli mozzafiato

… arrivando ad altri temi di vario genere, altrettanto stupefacenti.

Tra i pezzi forti, ecco un mostruoso (in senso ovviamente buono), teatro dell’opera. E per gli amanti dello sport, oltre ad un incontro di tennis con tanto di streaker, ecco lo Juventus Stadium, illuminato e con tanto di pulmino in arrivo.

Ed una cabinovia, funzionante, utilissima per portare a sciare i vostri omini gialli.

L’ultima “tavolata” del primo piano (si, c’erano DUE piani) non manca ovviamente di regalare altre gioie, con città felici e battaglie tra vagonate di orchi e eserciti imperiali.

E prima di salire le scale e recarci al prossimo livello gustatevi pure una quantità considerevole di trenini, va là.

Mi auguro che non siate sazi, perché c’è ancora molto da gustare. Al secondo piano si può tranquillamente passare da un tranquillo villaggio invernale a Diagon Alley, o all’Arkham Asylum. E si, c’è persino la luna boscosa di Endor, con tanto di stormtrooper presi a mazzate dagli Ewok. Si chiude, ovviamente, con un bel concertone degi Iron Maiden.

Bene, adesso vi consiglio di tenervi forte: quello che state per vedere non è per i deboli di cuore.

E nella stessa stanza (o almeno in quel che ne rimaneva) potevate trovare anche…

E ci avviciniamo, con la tristezza nel cuore, all’ultima area della mostra, tra Guerre Stellari e ancora villaggi invernali (con tanto di easter eggs flmici e mappe), che vanno sempre bene. Anche a luglio.

La riproduzione del castello di Bianzano, nella parte finale di questo blocco, ha dell’incredibile: quasi meglio dell’originale.

E sempre a proposito di incredulità, pensate all’unica possibile reazione di fronte a questo.

E con queste ultime istantanee direi che il tour, purtroppo, è finito. E io, oltre a rimettermi a posto la mascella, non posso fare altro che ringraziare tutti gli organizzatori e gli espositori per averci regalato (esatto, ingresso GRATUITO) una mostra STUPENDA e rimandarvi nuovamente al sito dell’ItLug, per restare sempre aggiornati su tutto quello che faranno.

E ricordate sempre…

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No, PK e Paperinik NON sono la stessa cosa

Se ci fosse ancora qualcuno là fuori che non ha inteso il concetto, lo si ribadisce. E a darci una mano c’è l’ultimo numero di Topolino (3057), che, sapientemente, in vista del ritorno di PK con una storia in linea con la continuity di PKNA e PK2, ci spiega in maniera BASILARE perché queste due entità sono così differenti tra di loro. E dunque fate attenzione, per non farvelo ripetere per l’ennesima volta.

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“Aw, phooey!”, ovvero il compleanno di Paperino

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Diciamoci la verità: tutti amiamo Paperino. Si è vero, Topolino è l’emblema della perfezione, è l’onesto, inattaccabile, un ideale inarrivabile di rettitudine. Ma Paperino… Paperino no. Lui è come noi, dannatamente imperfetto, è l’emblema dei nostri vizi, che troppo spesso tendono a nascondere le nostre (tante) virtù. Paperino ci piace perché tutti noi siamo Paperino.

E questo ragionamento deve averlo fatto pure Walt Disney, che tanto amava suo figlio Topolino, è vero, ma che ad un certo punto ha sentito la necessità di affiancargli un personaggio che ne rappresentasse l’opposto, senza la paura di renderlo scorretto. Quel posto vacante sarà occupato da Paperino: ma andiamo con ordine. Siamo nel 1932, e l’ex braccio operativo di Walt, Ub Iwerks, cerca di contrastare le disneyane Silly Symphonies con un progetto chiamato Comicolor Shorts. Non si avvicineranno minimamente al successo delle più quotate Symponies, ma avranno un gran merito: nel febbraio del 1934 Iwerks lancia la trasposizione animata del racconto popolare The Little Red Hen.

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Walt, come sempre, ci vede lungo, e quattro mesi dopo i suoi studios riadattano nuovamente la storia, fornendogli quello che gli mancava: ritmo, colore e un trio di animali antropomorfizzati come protagonisti. Il cartone “La Gallinella Saggia” (“The Wise Little Hen”) esce il 9 giugno del 1934 e racconta la storia (appunto) della gallinella saggia, di Meo Porcello (di cui appena un anno dopo si perdono le tracce) e di… Paperino, in originale Donald Duck.

Il papero è destinato a sfondare. Scorretto, disonesto, chiassoso e soprattutto sconfitto: costruito per essere l’antitesi naturale di Topolino. Dal quale si discosta già solo per il vestiario: il topo porta sempre solo dei calzoncini rossi, mentre il papero giusto una blusa alla marinara azzurra con tanto di berretto. Ed a proposito di quest’ultimo fatto, vi consiglio il recente corto Disney “No Service” per capire meglio cosa intendo…

Insomma la sua fama cresce, e da spalla/rivale di Topolino arriva ad essere in breve tempo protagonista assoluto, quando il 9 gennaio del 1937 vede la luce il corto “Don Donald”. Ancora un anno, e nel 1938 i sondaggi diranno che è già più popolare di Topolino, che sta attraversando un periodo di leggero declino (dal quale si riprenderà): Paperino è ufficialmente entrato nei cuori di tutti.

E non ne è ancora uscito. Aw, phooey!

Fotomontaggi da shogno, Scarlett Johansson in Frozen

Nel web, si sa, c’è di tutto. Girovagando allegramente capita di imbattersi nel portfolio di tal Thomas Kurniawan, giovane illustratore indonesiano autore di questo CAPOLAVORO di fotomontaggio.

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Adesso, sul suo sito è possibile trovarne altri di fotomontaggi di questo genere, come una Katy Perry in versione Biancaneve, oppure una Amanda Seyfried nei panni di Merida, ma questo, signori miei, è uno spettacolo. Viva Frozen, e soprattutto viva Scarlett.

Lola Bunny, vittima di un successo

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La storia di una carriera destinata al successo e bruciata appena giunta all’apice.

Una storia di cambiamenti, di infime scelte e politiche aziendali, di flop e stravolgimenti: è la storia di Lola Bunny. Se vi stavate chiedendo da un po’ che fine ha fatto “la rubacuori della lunetta”, bene: è giunto il momento di scoprirlo.

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Prima però, facciamo un salto indietro. Lola Bunny, dopo numerose fasi di redesign, dove passa da Honey Bunny a Lola Rabbit, nasce con Space Jam, del quale abbiamo ampiamente parlato qui e qui. Ma quello che non tutti sanno  è che di fatto muore con lo stesso film. Se al botteghino la pellicola è stata un successone, in casa Warner Bros. c’è chi storce il naso, ed è gente importante, dei piani alti, che accusa il film con Michael Jordan di aver snaturato completamente la filosofia dei Looney Tunes. Sul banco degli imputati finisce subito Lola Bunny: nel lunatico gruppo dei cartoon Warner non c’era stato mai spazio per un personaggio del genere, sensuale, provocante, femminile e indipendente, totalmente estraneo a quel nucleo di folli personaggi che fungono da esagerazione dei vizi dell’uomo.

Troppo perfetta, tanto che Chuck Jones, animatore e anima delle Merrie Melodies, la definisce “un personaggio senza futuro, inutile e senza significato” (Lola Bunny is a character with no future, she’s a totally worthless character with no personality”). Anche i fan più conservatori concordano con Jones, la considerano un tentativo fallito di modernizzazione dei Looney Tunes e la accusano di snaturare addirittura Bugs Bunny. Insomma: è troppo. Lola deve sparire.

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E Lola sparisce, comparendo solo sporadicamente in qualche fumetto edito dalla DC Comics, in una versione infantile ma piuttosto simile a quella adulta nel dimenticabile Baby Looney Tunes, come personaggio giocabile in qualche videogioco di scarso successo. Passa il tempo e i progetti per un seguito di Space Jam si arenano, si arriva al 2003 ed esce al cinema Looney Tunes Back in Action. Di Lola non c’è traccia, la pellicola vuole infatti essere un netto taglio con quello che si era realizzato con Space Jam. Sarà un flop: come spesso ricordato incasserà poco meno di 70 milioni di dollari dopo esserne costato 80, ma restituisce ai Looney Tunes la loro follia, la loro totale assenza di perfezione e di senso di responsabilità. Lasciamole alla Disney quelle cose, che sono il loro marchio di fabbrica.

Passa ancora del tempo, ma stavolta ci fermiamo al 10 maggio del 2011, giorno in cui va in onda su Cartoon Network la seconda puntata di The Looney Tunes Show. La serie punta a rilanciare con forza i Looney Tunes, ormai da tempo lontani dai fasti del passato, attualizzando in chiave sitcom le storie di Bugs Bunny e soci, con il coniglio che divide l’abitazione con Daffy Duck in un sobborgo di Los Angeles. Il tutto inframezzato da sketch di Wile E. Coyote e Road Runner fatti in CGI e il ritorno attualizzato delle Merrie Melodies (brevi corti animati con canzoni). Ma la grande novità del citato secondo episodio è che RITORNA LOLA BUNNY.

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Ed è un personaggio con una certa rilevanza all’interno della serie, anche se qualcosa sembra non quadrare da subito. Lola sembra diversa, non è più la versiona conigliesca della femme fatale vista in Space Jam: è ingenua, logorroica, con la testa tra le nuvole, folle a tal punto da diventare la stalker di Bugs Bunny, che dopo essersene invaghito al primo sguardo capisce al primo appuntamento di non poterla assolutamente sopportare. Non è più la Lola che conoscevamo, anche se l’aspetto è simile e il nome è lo stesso. Lola è a tutti gli effetti una Looney Tunes ora. E piace ai fan Warner, piace al pubblico, piace alla Warner stessa.

Tutti contenti oggi, insomma.

Anche se a noi, nostalgici incalliti che mai ti avrebbero chiamata bambola, piacevi com’eri una volta, Lola.

5 motivi per cui Space Jam 2 potrebbe non essere più una buona idea

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Le voci circolate nei giorni scorsi, e SMENTITE (per ora), di una conferma della produzione di Space Jam 2 con protagonista LeBron James mi hanno dato modo di riflettere su una domanda tutt’altro che banale: ma siamo così sicuri che questo eventuale progetto sarebbe un successone al botteghino?

Tra me e me ci ho pensato e sono arrivato alla conclusione che ci sono tanti motivi per cui Space Jam 2 potrebbe non essere più una buona idea. Quindi abbassiamo gli entusiasmi e andiamo con ordine.

1) LeBron James non è Michael Jordan. Concetto banale ma che racchiude in sé il fatto che da una parte abbiamo un giocatore che all’epoca volle quasi fortemente questo film per aumentare lo status di DIVINITÀ del basket che tutti gli avevano affibbiato a ragione, e dall’altra un giocatore fenomenale, che in quanto a spettacolarità dentro e fuori dal parquet non scherza una cippa, cresciuto col mito di MJ23 con l’obiettivo di diventare anche migliore. E, senza essere esperto di NBA, mi sento abbastanza in grado di poter affermare che finché il paragone con Jordan, che lo ha accompagnato per tutta la carriera fino ad oggi, continuerà ad esistere, per LeBron sarà sempre più difficile superarlo e costruire un suo mito, un suo culto. E fare un film di questo genere vorrebbe dire, in un certo senso, continuare a vivere nell’ombra di Jordan. Ed è quindi anche per questo che la scelta di LeBron fa storcere il naso a molti: perché è impossibile non fare il paragone. E c’è persino chi ha ironizzato sul fatto che LeBron potrebbe andare a giocare nei Monstars e non nella TuneSquad.

2) I Looney Tunes non sono più quelli del 1996, quando il rinnovato amore per il cinema d’animazione spinse la Warner ad un rilancio di massa di tutti i suoi personaggi più famosi, che culminò prima appunto con Space Jam e poi con Looney Tunes Back in Action (2003, regia di Joe Dante), che fu l’ultimo lungometraggio animato con protagonisti Bugs Bunny e compagni, già in difficoltà. E difatti quest’ultimo fu un flop al botteghino (costato 80 milioni dollari ne incassò poco meno di 70). La Warner già nel post Space Jam aveva capito che sarebbe stato impossibile proseguire sul filone sportivo nel breve/medio periodo e difatti pensò ad “seguito” capace di differenziarsi, che però fu presto abbandonato (come detto in altra occasione): per inciso doveva chiamarsi Spy Jam e doveva avere come star Jackie Chan (il tutto confluì in Looney Tunes Back in Action). E se per un’operazione di questo genere i rischi erano già alti dieci anni fa, pensate oggi.

3) La tecnica mista, che fu il punto di forza di Space Jam nel 1996, oggi è di difficile riproposizione. Non che fosse particolarmente innovativa e singolare all’epoca (è dai primi del ‘900 che viene usata), ma aveva appena sfiorato il confronto con la computer grafica 3D, con Toy Story uscito un anno prima nel novembre del 1995, e destinato a rivoluzionare tutto il cinema d’animazione, che ad oggi vive quasi esclusivamente di quest’ultima soluzione. Sarebbe dunque molto complicato rivedere la tecnica mista in produzioni odierne, con un pubblico giovane non abituato: il che aumenta il fattore di rischio.

4) Avendo nominato più volte la parola RISCHIO, è opportuno ricordare come in questo momento la divisione animazione della Warner, a lungo in crisi e finalmente in ripresa, ha in cantiere progetti decisamente più solidi, più sicuri e più fruttuosi: su tutti The Lego Movie, inesauribile macchina da soldi con un sequel annunciato tipo un quarto d’ora dopo la prima proiezione americana. Un’operazione come Space Jam 2 sarebbe più un “Progetto Nostalgia” per chi ha a cuore il primo: in quel caso sarebbe meno rischioso e più utile riproporlo in 3D, con qualche aggiustatina e miglioramento grafico. Ed è un’opzione da tenere a mente per i 20 anni del film.

5) In sostanza tutto ci porta a dire che 18 anni di attesa tra un capitolo e l’altro sono decisamente troppi. Sono cambiate troppe cose e un progetto come Space Jam oggi raggiungerebbe costi e rischi elevatissimi. Basta pensare a questo dato: il budget di Space Jam fu 80 milioni (nel 1996), quello di The Lego Movie (nel 2014) di 60, con il primo che fece 230 milioni di incassi in tutto il mondo (90 in America) e il secondo a quota 280 (destinato a salire). La nuova strada sembra essere decisamente la migliore…