Ci è piaciuto Inside Out?

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Io al cinema piango, se la scena del film è davvero toccante. E mi è successo tantissime volte. Mi è successo anche ieri quando sono andato al cinema a vedere Inside Out. Ma c’è un problema.

Non ho pianto per Inside Out, ma mi sono commosso sinceramente per Lava, il corto che la Pixar ci ha sparato dritto nello stomaco mentre eravamo tutti ad aspettare i colorati omini nella testa di una ragazzina. In pochi minuti la storia di quel vulcano ti ribalta completamente cuore, pancia e testa: la prima lacrima mi è scesa per tristezza, l’ultima per gioia. E per me la serata valeva già così il prezzo del biglietto (e molto di più).

Ma mancava ancora Inside Out, e per la nuova perla Pixar non ho pianto. Per niente, neppure nel momento tristissimo del film (vedi Bing Bong). E mi sono chiesto perché. Perché un film che parla di emozioni, che cerca di dare anche un senso a qualcosa che apparentemente sembra non averne, un film che sembra fatto apposta per lasciare sensazioni forti, non mi ha fatto piangere?

Inside Out è un gran bel film, ma è artificiale. Questa è l’unica risposta che sono riuscito a darmi, e che ovviamente proverò a spiegare. L’architettura di Inside Out è magnifica, e Pete Docter, che già ci aveva regalato Up, sa giocare con le emozioni: la parte iniziale del lungometraggio appena citato ne è l’esempio. Stavolta però vola dietro le quinte cercando di mostrarci la sua visione di come vengono create e gestite le emozioni. Ed il sistema che costruisce è davvero mostruoso: ogni esperienza di Riley diventa un ricordo legato ad una particolare emozione ed archiviato, per poi essere trasmesso a fine giornata nella memoria a lungo termine.

La personalità di una persona viene costruita in base a un tot di ricordi essenziali, definiti appunto Base, che creano a loro volta delle Isole, delle aree all’interno della testa che definiscono l’individuo stesso. Oltre il quartier generale e le isole, con la memoria a lungo termine, troviamo anche Immagilandia, la zona del Pensiero Astratto (la parte di gran lunga migliore del film), la Cineproduzione Sogni, il Subconscio. Tutte queste zone sono attraversate tra di loro e collegate al QG tramite il treno dei pensieri. In mezzo al tutto troviamo anche il baratro della memoria, dove i pensieri, i ricordi, vengono dimenticati per sempre. Questa architettura è una visione eccellente, un’esemplificazione credibile di come funziona la nostra testa per Docter.

Per Riley il trasferimento dal Minnesota a San Francisco è una crisi di identità, un crollo emotivo che tutti, per i più svariati motivi, abbiamo affrontato da ragazzini (e continuiamo ad affrontare oggi), che la porta a perdere tutte le proprie certezze, la propria identità, per poter costruirsene una più forte, più matura, più consapevole di sè stessa. L’abbandono dell’infanzia e l’inizio della crescita. Quello che succede all’esterno della testa e quello che succede all’interno sono due momenti che continuano ad influenzarsi a vicenda: affascina il continuo moto di azione-reazione, tra i comportamenti della ragazza e ciò che succede nella sua testa. E in qualche momento risulta anche complicato capire quale dei due fronti sta influenzando maggiormente l’altro.

C’è però un momento nel film dove questo equilibrio si rompe completamente, dove questa metafora della vita umana crolla, lasciando spazio alla trovata scenica. Ed accade purtroppo nel momento più importante del film: Riley è ormai in fuga da tutto, apatica e sola, e anche l’ultima isola della personalità, quella della famiglia, sta crollando. Il suo mondo è a pezzi e Gioia, dopo essere ritornata in superficie grazie al sacrificio di Bing Bong e aver compreso il senso di Tristezza deve arrivare con lei al QG prima che i danni diventino irreparabili.

Da qui in poi l’ordinata logica del film crolla: Gioia trova un’espediente attraverso Immagilandia (la scala di fidanzati ideali) per poter sfruttare un tappeto elastico presente sull’Isola della famiglia in pieno crollo e lanciarsi a razzo sul Quartier Generale dopo aver acchiappato al volo Tristezza. Insieme entrano dentro al QG e Gioia lascia a Tristezza il compito di risolvere le cose. Il legame tra “Inside” e “Out” cessa d esistere a causa dell’espediente scenico. L’acrobatica mossa disperata di Gioia, per quanto mi sia sforzato di cercarlo, non ha alcun intento metaforico, ma puramente scenografico.

Il film non riesce a mostrarci il picco del crollo di Riley, a spiegarci quello che succede tra la distruzione e la ricostruzione della propria identità, spegnendo la magia e lasciandoci “solo” un gran film.

Ed è per questo che, forse, non ho pianto.

O magari avevo la console in tilt ieri sera, chi lo sa.

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Ci è piaciuto Avengers Age of Ultron?

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Premessa: non tanto, ma SPOILERO (a parte che, visti gli incassi, se non avete ancora visto il film siete a forte rischio di emarginazione sociale).

Prima di partire con le considerazioni mi preme raccontare il mio tragitto da casa al cinema: salgo in macchina con la fidanzata, che dopo due minuti scarsi di viaggio se ne esce con un bellissimo “ma è vero che alla fine muore Quicksilver?”, facendo crollare la Fortezza della Solitudine che mi ero costruito sfuggendo ai social (sono andato a vederlo a due giorni dall’uscita). A sua discolpa pensava che, avendo già letto l’omonimo arco di storie dei comics, fossi già a conoscenza del fatto: peccato che il film non abbia una cippa a che fare con la storia di Bendis.

Insomma, mi sono seduto in sala già con il nervosismo che si impadroniva di me, aumentato anche dal fatto che nel cinema dove sono andato hanno preso la geniale scelta di rimuovere il mio momento preferito: i trailer prima del film. Insomma, tutto questo per dire che probabilmente è anche per questo motivo se non mi sono strappato i capelli e ho urlato al miracolo di fronte ad Avengers Age of Ultron.

In generale l’impressione che ho avuto è quella di un film che per tre quarti della sua durata non fa altro che riempire in maniera piuttosto prevedibile i (pochi) buchi lasciati dai trailer e dai filmati promozionali che avevano preceduto l’uscita. Tutto sembra già visto, le stesse new entries vengono presentate in cinque minuti e date praticamente per scontate: a malapena ti ci affezioni (e difatti quando il Pietro ci lascia le penne ti spiace, ma fino ad un certo punto).

Adesso però non voglio dire che Age of Ultron fa schifo eh, non fraintendetemi. Dico che per tre quarti di film è molto divertente, ma altrettanto banale. Poi c’è quel quarto finale di film però, dove si capisce una cosa: il vero protagonista.

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E per uno che AMA Occhio di Falco (quello di carta, pieno di lividi, cerotti e incapace di gestire una qualunque relazione) questo è veramente un colpo di scena. Improvvisamente ci si rende conto di quanto è facile combattere contro una forma di vista artificiale con tendenze genocide se sei un Dio del Tuono, se hai una armatura tecnologica iperpotenziata, se ti puoi trasformare in un enorme mostro verde.

Ma fallo con due figli (e mezzo) a carico, armato solo di arco e frecce: ecco, così è un tantino più difficile.

Ma tolto il mio amore per Occhio di Falco. il resto, ribadisco, l’ho trovato tutto estremamente normale. In primis Ultron, un villain che entra in scena ed esce in maniera decisamente spettacolare: il problema è quello che fa tra la sua nascita e la sua morte, che non l’ha capito bene nessuno, lui compreso.

Insomma, non una scelta fuori dai binari, se non quella di sviluppare gli eroi meno “super” (pure per la Vedova c’è un gran bell’approfondimento del personaggio), ma anche qui si resta un po’ con l’amaro in bocca. La nascita di una nuova generazione di Avengers (restano Captain America e la Vedova Nera, ai quali si aggiungono Scarlet Witch, Falcon, Visione e War Machine) ai quali si aggiungerà sicuramente anche Spiderman, è un bello spunto in vista della Civil War ma è in questo che in sostanza si riassume per me il film: un bel riempitivo in vista di quello che succederà più avanti.

Off topic a margine: i due Quicksilver (Marvel e Fox) assieme sul set di Kickass nell’ormai lontano 2010. Che strani incroci la vita, a volte.

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Ci è piaciuto Guardiani della Galassia?

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Evitare qualunque informazione per mesi con la speranza di godersi al meglio Guardiani della Galassia è stato molto complicato.

Ma ne è valsa la pena.

Nel film diretto da James Gunn si toccano tutte le emozioni possibili: si piange, si soffre, ci si agita, si ride (molto). E il tutto viene immerso in uno strano mix che fonde la fantascienza ad un immaginario di riferimenti filmici, musicali e culturali che coccolano qualunque spettatore cresciuto negli anni ’80. La dissonanza che ne viene fuori è eccezionale.

Guardiani della Galassia è un film semplice che parla di amicizia. Questo è il suo fantastico pregio: ti offre esattamente quello che promette. E lo fa con una trama lineare, stando sempre sui binari giusti, senza prendersi mai dei tempi morti. Alla scena finale mi ero stupito fossero già passate due ore.

Capitolo personaggi: impossibile non amare ogni membro di questa banda di scappati di casa (in tutti i sensi). Peter Quill, aka Star-Lord, vive in un mondo tutto suo, dove girare rovine nelle profondità dello spazio con un walkman Sony appare la cosa più normale di questo universo; Gamora è si la figliastra di Thanos, verso il quale però c’è solo odio e rancore per avergli sterminato la famiglia; di Drax si sa poco, se non che Ronan gli ha ucciso moglie e figlia, e che la sua specie non comprende le metafore; Rocket è un procione parlante, cacciatore di taglie, che va in giro con il suo fidato amico Groot, un albero umanoide dal cuore puro, e penso che basti.

Conciliare così tanti personaggi all’interno di un film, dando a tutti il giusto spazio, è complicatissimo. In Guardiani della Galassia tutto invece fila via, come se personaggi di cui si sapeva poco o nulla ci  fossero familiari fin dal primo momento. Li guardi e sai già cosa aspettarti: sono esattamente ciò che vogliono sembrare. Breve commento su Rocket: infilare un procione parlante nella mischia può diventare pericoloso, c’è il rischio di svilire il personaggio e renderlo solo una macchietta, buono giusto a vendere peluche alle ragazzine.

E ritorniamo dunque ad un tema che avevo accennato poco fa: la semplicità. Il film sceglie una direzione, la prende e la rispetta fino alla fine. Niente sottotrame disturbanti, niente colpi di scena senza senso. Tutto fila secondo le attese. E, cosa più importante, il film fa tutto questo senza risultare mai banale o scontato, lasciando anche ottimi spunti per un franchise che rischia seriamente di prendere una strada vincente e semi-autonoma nel Marvel Cinematic Universe.

Guardiani della Galassia è un film che ho personalmente amato, anche perché condivido con Peter Quill l’amore per gli oggetti carichi di ricordi del proprio passato. Troverete nostalgia, emozioni, colori e musica che vi regaleranno due ore di divertimento leggero che vi faranno andare a casa felici.

E, fidatevi, non è poca cosa.

ATTENZIONE, ORA SI SPOILERA SULLA SCENA DOPO I TITOLI DI CODA

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La post-credit scene? C’è, ed è chiaramente in tema con il revival degli anni ’80 che permea il film. Si tratta del cameo di Howard il Papero, che già nel 1986 aveva avuto un disastroso film tutto suo. E che in maniera indiretta aveva contribuito a creare la Pixar, ma questa è un’altra storia. Doppiato da Seth Green, il papero, pare, ritornerà in futuro. E, per chi sa di cosa stiamo parlando, non può che essere un bene.

Ah, e giusto per farvelo notare, il bozzolo di Adam Warlock, ben visibile nella scena post-titoli di Thor: The Dark World, è aperto. Anche qui, se si sa di cosa stiamo parlando, possiamo gioire.

Ci è piaciuto Tartarughe Ninja?

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Ebbene, il momento è giunto.

E direi di girarci poco attorno: non posso assolutamente dire, come ho letto in giro, che questo film è un INSULTO a tutti i fan delle Tartarughe Ninja. E lo dico tirando un sospiro di sollievo, perché, va ammesso, mi aspettavo qualcosa di decisamente peggiore. E invece… invece è tutt’altro che ottimo, ma è, diciamo, decente.

Partiamo dalle note negative, che così ce le leviamo dalle scatole. Primo punto: sulla locandina ci sono Leonardo, Michelangelo, Donatello e Raffaello, ma di fatto è un film su April O’Neal/Megan Fox. Si parte con lei, c’è sempre lei, si chiude con lei: uno one-woman show con in mezzo 4 tartarughe umanoidi e inquietanti di due metri che fanno da spalle. E le Turtles, che non si fanno neppure vedere nella prima parte del film, non sembrano caratterizzate in maniera sufficiente: va bene, Raffaello è il ribelle e Michelangelo è il pirla della situazione, ma il fatto che Donatello sia un nerd con il desiderio di diventare “quello fico” e che Leonardo sia IL leader viene giusto accennato, quasi dato per scontato. E non va per niente bene. L’adattamento italiano impoverisce alcune battute e riferimenti al tarta-universo, ma non per colpe sue: provateci voi a riportare nella nostra lingua l’espressione “Heroes in a half shell”.

Importante capitolo villain (con spoilerino): c’è Shredder, ma la sua figura viene scissa in due personaggi differenti. Da una parte il classico Oroku Saki (ovvero Shredder), il guerriero crudele, il maestro giapponese senza scrupoli, l’armatura, il braccio (fin troppo) armato del male; dall’altra Eric Sacks (nome “occidentalizzato” di Oroku Saki), ovvero la mente, il doppiogiochista, il subdolo, l’avido uomo d’affari. Io l’ho trovata una scelta interessante, anche se qualcuno potrebbe storcere il naso per l’aria da Transformer che hanno voluto dare all’armatura di Shredder, ma vabbè c’è pur sempre l’ombra di Bay.

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La trama è lineare, senza grandi colpi di scena, comprensibilissima da tutti. Forse fin troppo, dato che non accade nulla di particolarmente imprevedibile. Detto questo il film mantiene un buon ritmo per tutta la sua durata, alternando scene d’azione e momenti comici e riflessivi (pochi ma buoni). Detto questo la profondità non è mai stata uno dei punti di forza delle storie delle Tartarughe, che avevano una parvenza di spessore giusto nei fumetti. E nella serie del 2003, che difatti si basa sui comics. Certo, che Splinter impari l’arte del combattimento da dei libri trovati a caso nelle fogne è un pelino forzato, ma per giustificare un ratto che insegna arti marziali, prima di questa scelta abbiamo visto:

  • Hamato Yoshi, già maestro di arti marziali, che si trasforma direttamente in Splinter, vivendo nelle fogne dopo la fuga dal Giappone e trovando CASUALMENTE le tartarughe immerse nel mutageno (serie animate del 1987 e del 2012)
  • Splinter, topo da compagnia del maestro Hamato Yoshi, che impara il Ninjitsu OSSERVANDO il suo padrone (fumetti originali, primi film, serie del 2003)
  • Splinter che è la REINCARNAZIONE spirituale dell’originale Hamato Yoshi, ucciso da Shredder all’epoca del Giappone feudale (nuova serie a fumetti della IDW)

E quindi non stiamo a fare troppo i puntigliosi.

Si diceva di Megan Fox. Nonostante monopolizzi la pellicola non aspettatevi di vedere la solita bellona buttata nella mischia con le grazie in bella mostra per far salire l’ormone al pubblico maschile. Resta sempre un bel vedere, chiaro. E partiamo da qui con le note positive, che ce n’è qualcuna, dai. Tipo la grafica.

Già perché prima della visione non mi avrebbe neppure sfiorato l’idea di poter parlare bene del design dei personaggi. E invece sono animati in maniera straordinaria, interagiscono senza problemi con l’ambiente circostante e, cosa più importante, il design delle tartarughe FUNZIONA. Non so bene perché, ma sono credibilissime (per essere enormi tartarughe ninja adolescenti e parlanti) e hanno un’espressività, soprattutto negli occhi, davvero stupefacente. Splinter poi, con la voce di Massimo Lopez, riesce ad essere tanto paterno quanto pantegana.

I grandi appassionati delle TMNT troveranno molte citazioni a tutto l’universo delle tartarughe, spaziando da celebri tormentoni (“Tonight, I dine on turtle soup!”, “Heroes in a half shell”, “Cowabunga”), al jingle della sigla americana, a palesi rifacimenti di spezzoni del primo film, come la pizza tagliata al volo con la katana e una fetta che vola in testa a Splinter, fino a cose che avremmo voluto dimenticare (riferimenti alla VERA band delle Tartarughe Ninja). Insomma il lavoro di ricerca e studio è stato apprezzabile.

Tiriamo le conclusioni: il film non è una perla del cinema contemporaneo, ma fin qui nulla di inaspettato. Abbiamo un classico blockbuster senza grandi pretese. Tutto sommato se non siete troppo “puristi” sulle Tartarughe (e vi consiglio di non esserlo) il film scorrerà via facilmente e vi strapperà qualche risata, senza mai annoiare. Le tartarughe vi colpiranno per fisicità e carattere, ma “purtroppo” vi cuccherete per buona parte del film la sola Megan Fox.

Per quanto mi riguarda la classifica dei film sulle Tartarughe Ninja viene così ridisegnata:

  • Tartarughe Ninja alla Riscossa
  • Tartarughe Ninja II – Il segreto di Ooze
  • TMNT
  • Tartarughe Ninja (2014)
  • Tartarughe Ninja III

E se non vi basta potete gustarvi anche la videorecensione fatta a caldo dopo la visione del film sul canale dell’amico Anima NerdGiusto per non farvi mancare nulla.

Ci è piaciuto Dragon Trainer 2?

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Nella storia dell’animazione ci sono stati momenti dove un particolare film ha tracciato la strada da seguire per il successo in maniera decisa e innovativa, spostando gli equilibri e aggiungendo nuovi tasselli al concetto di “animazione per ragazzi”. Per la mia generazione IL film che rappresenta tutto questo è senz’altro Il Re Leone. Si adatta Shakespeare, si canta, si ride, ci si emoziona, si riflette. E si piange. Tantissimo.

Chi mastica un po’ di storia dell’animazione sa che Il Re Leone nel 1994 fu, all’interno della Disney, la causa scatenante di un terremoto societario che portò alle dimissioni dell’allora responsabile del reparto animazione Jeffrey Katzenberg. Quest’ultimo fondò poi la DreamWorks, assieme a Steven Spielberg e David Geffen (l’acronimo SKG rappresenta le iniziali del cognome dei tre membri), con l’obiettivo di competere a pieno regime con la Disney, ormai tutt’altro che velatamente mal sopportata da Katzenberg. Il tutto si concretizzò con la nascita nel 2000 del reparto animazione e con la successiva uscita di Shrek (primo premio Oscar come miglior film d’animazione) che, nelle intenzioni, rappresentava lo schiaffo in faccia al modello disneyano.

Ma tutto questo per dire cosa, insomma? Tutto questo per affermare che Dragon Trainer 2, nelle intenzioni, vuole essere il secondo grande schiaffo in faccia alla Disney da parte della DreamWorks. E il fatto che lo script iniziale, più cupo e ambiguo, sia stato rimaneggiato dai piani alti della casa di produzione (ovviamente Katzenberg) non fa che confermare la mia tesi. Chiaramente non farò nessuno spoiler sul film, ma l’impressione che avrete guardando il film, ed ovviamente il suo momento clou, è quella di una specie di gara (passatemi il termine) a “chi ce l’ha più lungo” con la Disney, con la DreamWorks che stavolta non prende in giro il modello disneyano, ma lo fa suo.

Il primo Dragon Trainer era il gioiello della DreamWorks, per profondità dei messaggi, per la costruzione dei personaggi, per un finale coraggioso, sorprendente e soprattutto potente. Si sentiva il bisogno di un sequel? Assolutamente no, ma stiamo pur sempre parlando della DreamWorks, la casa che ci ha dato 4 Shrek (e lo spinoff sul Gatto con gli stivali), 3 Madagascar (più il prossimo film sui Pinguini), 2 Kung Fu Panda (con il terzo episodio in lavorazione). Abituata com’è a mungere i propri franchise di successo fino all’ultima goccia era inevitabile che arrivasse. Tra l’altro è già sicuro che ci sarà anche Dragon Trainer 3, dato che il regista e sceneggiatore Dean DeBlois (regista anche nel primo con Chris Sanders, qui produttore) ha accettato di realizzare il secondo capitolo a patto di realizzare SOLO una trilogia (e cercano già di convincerlo a pensare al quarto).

Dunque non se ne sentiva il bisogno, ma quello che vi stupirà di questa pellicola è proprio la coerenza con l’universo narrativo del precedente capitolo. Sono passati 5 anni dagli eventi del primo film e tutto è esattamente come qualunque persona potrebbe pensare. I personaggi non sono stati stravolti e portano visibilmente segni di invecchiamento e maturazione, fisica e mentale.

I nuovi personaggi non sono stati inseriti in maniera forzata e tutto è spiegato e spiegabile. L’unico pretesto narrativo un po’ campato per aria riguarda, forse, giusto la cicatrice di Hiccup, ma non pregiudica minimamente la qualità del film. E se gli amanti della qualità difficilmente resteranno delusi, anche quelli della pucciosità avranno pane per i loro denti, con i draghi, Sdentato in primis, in versione “micioni coccoloni con le squame”. E, si sa, i gattini domineranno il mondo.

La grafica vi lascerà a bocca aperta e, incredibile a dirsi in un film dove si cavalcano draghi, non è assolutamente finalizzata alla commercializzazione della visione in 3D del film. E questo è un altro grande sigillo di qualità. Mi dicono dalla regia che inoltre per il film è stata utilizzata per la prima volta una tecnica denominata “elaborazione scalabile multi-core”, sviluppata con Hewlett-Packard e destinata a rivoluzionare il mondo dell’animazione computerizzata (almeno secondo quanto afferma Katzenberg). I risultati sono comunque eccezionali.

Il film in più occasioni strizza palesemente l’occhio a Guerre Stellari e, come anticipato, a Il Re Leone, senza mai risultarne una brutta scopiazzatura. Fate sempre attenzione a quello che succede sullo sfondo, perché non esistono punti morti e, vi ricordo, nulla viene lasciato al caso.

Con questo gioiellino di pellicola vi farete delle grandissime risate, ve lo assicuro. Vi emozionerete, vi innamorerete.

E piangerete.

Esattamente come ha fatto il bambino seduto vicino a me al cinema e consolato dai genitori. E direi che a prescindere da quello che posso dirvi io, è questo l’unico sigillo di qualità che conta davvero.

Ci è piaciuto X-Men: Giorni di un futuro passato?

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Partiamo dal fatto che non siamo ai livelli di Captain America: The Winter Soldier, ma ci avviciniamo molto in termini di qualità. Questo X-Men: Days of Future Past ha tutti gli elementi per essere un gran film: grande recitazione, ottimo spunto di partenza e effetti speciali da urlo. Se siete precisini della fungia (tipo il sottoscritto) potreste notare che rispetto all’arco narrativo fumettistico di partenza (“Giorni di un futuro passato” scritto da Claremont e illustrato da Byrne) ci si prende un bel po’ di libertà, a partire dal “viaggiatore nel tempo”. Kitty Pryde resta una figura centrale, lasciando però il ruolo di protagonista ad un Wolverine in grande spolvero. Per gran gioia del pubblico femminile, che apprezzerà particolarmente il primo approdo del canadese nel passato…

Evitando di fare spoiler, andiamo a dire due cosine in più sui (tanti) punti di forza. Il film si prende molto sul serio: scordatevi uno stile alla Iron Man, qua si ride molto poco, e dovrete spremervi le meningi per capire bene i processi che guidano i vari punti di snodo della trama. Le Sentinelle moderne hanno uno stile che ricorda mooolto quello del Distruttore del primo Thor, ma decisamente più concreti sul campo contro i mutanti. Lo scenario descritto nei primi minuti inquieta non poco e rivedere parte del cast della prima trilogia è d’impatto.

Già, tipo rivedere il professor Xavier. A proposito, se vi state domandando cosa ci faccia vivo dopo che avete assistito al suo funerale, vi fornisco un consiglio: non guardate il film cercando di ricollegare tutti i pezzi dei film precedenti, perché qualcosa non quadrerà. Ma prendetelo com’è: non è detto che tutto venga rivelato a tempo debito.

O che non abbia capito io una cippa.

In Bolivar Trask non troverete un indimenticabile villain, ma il nemico da combattere osservando bene non è lui. Sui singoli c’è da citare una magnifica Jennifer Lawrence/Mystica, e vabbè. La sorpresa è Quicksilver: un personaggio ECCEZIONALE, che diventerà il vostro nuovo idolo immediatamente. Fortunatamente la sua controparte concorrenziale degli Avengers avrà ancora tempo prima di vedere la luce, così si eviteranno confronti imbecilli, visto che i personaggi saranno impostati in maniera molto diversa. Bello anche rivedere qualche personaggio che aveva apertamente dichiarato di non essere nel film: vero, James Marsden?

Per chiudere: il film è ovviamente consigliatissimo, tra i migliori nel campo dei cinecomics. Qualche legame mancato (credo volutamente) con i capitoli precedenti e la mancanza di un villain ben definito possono essere gli unici piccoli e tralasciabili difetti a mio parere di un ottimo film. È PRESENTE LA SCENA DOPO I TITOLI DI CODA, NON ANDATE VIA (ed è pure una bomba in vista del prossimo capitolo in programma nel 2016).

 

P.S. CON SPOILER!!!

Se ci pensate bene, di fatto la conclusione di questo film annulla completamente tutto quello che è successo nella prima trilogia filmica degli X-Men, morti e fusioni con entità cosmiche incluse. Un po’ mi ha fatto girare i maroni, ma passa in fretta.

Ci è piaciuto The Amazing Spider-Man 2?

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Premessa: il primo film mi ha lasciato abbastanza indifferente. Sono un buon fan dell’arrampicamuri, ma, cinematograficamente parlando, di quella schiera che ha amato davvero molto tutta la prima trilogia di Raimi, e che era certo che difficilmente si sarebbero fatti due primi capitoli migliori (sul terzo si vedrà). Ma oggi concentriamoci su questo nuovo reboot che prende molti spunti dalla versione Ultimate di Spider-Man.

Tornando al primo film, lo avevo mal sopportato per diversi motivi: di certo non per la sceneggiatura, ma per la realizzazione tecnica. Gli scontri tra Spider-Man e Lizard erano realizzati con una CGI ai limiti dell’indecenza per un film del 2012 sui supereroi, senza contare il pessimo design di Lizard; le tante scene utili solo a far pensare “certo che però il 3D, eh”, ma paradossalmente del tutto inutili ai fini della spettacolarità; l’eccessivo e a tratti fastidioso product placement della Sony, che va bene che c’hai i diritti e ti devi promuovere, ma non è possibile che qualunque dispositivo elettronico e a New York è marchiato (ben in primo piano) col tuo nome; un costume che pareva ritagliato da un pallone da basket, con tanto di lenti da occhiali da sole per gli occhi, che lo rendevano, citando l’inarrivabile blog del Doc Manhattan, The Amazing Spalding-Man; la leggera carenza di strizzatine d’occhio ai fan del personaggio, delle chicche un po’ più nascoste per i più attenti.

E The Amazing Spider-Man 2 ha ancora questi (secondo me) problemi? Ecco, perlopiù no, ma non del tutto. La realizzazione tecnica fa un netto passo in avanti: le scene dove Spider-Man sembra muoversi all’interno di un videogioco non interattivo (e non in un ambiente verosimile) sono poche e non di particolare rilevanza. Quelle ammiccanti al 3D ci sono ancora, stavolta in numero ancora maggiore e per quelli (come me) che ci piace ancora il 2D, possono risultare fastidiose. Così come ancora una volta può risultare fastidioso pure il product placement Sony, con la famiglia Parker affezionatissima alla ditta giapponese a quanto pare, anche se STRANAMENTE  l’unico device elettronico rilevante ai fini della trama è targato Hewlett-Packard.

Ma andiamo alle note positive. Il costume: il più bello mai fatto per una trasposizione cinematografica di Spider-Man, punto. Easter eggs? Il film ne è stracolmo, e non fa altro che spararti in faccia, più o meno palesemente, i progetti futuri della Sony per l’Uomo Ragno, che paiono davvero interessanti. Le indiscrezioni sull’eccessiva quantità di villains in questo film crollano nel dimenticatoio dopo la visione, non avendo più motivo di esistere. Anche qui sceneggiatura e regia mi sono piaciute, così come Andrew Garfield, a cui calza a pennello lo Spider-Man simpatico guascone nerd. Emma Stone piace, ci mancherebbe, perché qui è tanto brava quanto bella.

Ed Electro? Lo scontro più tamarro che ricordi nella storia dei film sui supereroi. La colonna sonora si esalta ed esalta, legando Electro alla musica elettronica, anche qui regalando delle simpatiche chicche nella battaglia conclusiva. Bene Dane DeHaan come Harry Osborn, al quale non avrei dato due lire nella versione Green Goblin ed invece ahpperò.

L’epilogo della pellicola, per chi conosce la storia uno dei momenti di maggiore importanza all’interno della storia editoriale e non solo di Spider-Man, è reso in maniera fin troppo scenografica, anche qui ammiccando in maniera insistente al 3D. Non si raggiunge la potenza, il pathos, l’imprevedibilità che in Amazing Spider-Man #121 cambiarono non solo la vita di Spider-Man, ma quella dei fumetti in generale.

QUINDI? Consigliato, andate a vederlo al cinema però, anche perché a casa, se non avete impianto audio e video coi cosiddetti fate prima a non guardarlo. Molto spettacolare, di forte impatto visivo. Si poteva fare di meglio? Decisamente si, MA se non avete mai letto il fumetto e vi piacciono i film ricolmi di effetti speciali potreste apprezzarlo decisamente di più.