#Sapevatelo: 5 cose su… Fievel sbarca in America

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1) In un periodo di pesante flessione per il cinema d’animazione, con la Disney in un periodo non brillantissimo per quanto riguarda le idee (con conseguenti incassi tutt’altro che esaltanti), si colloca Fievel Sbarca in America (An American Tail, 1986). Alla regia c’è tale Don Bluth, ex animatore Disney che aveva abbandonato la House of Mouse alla fine degli anni ’70 per fondare una propria casa di produzione. La Don Bluth Productions, tra le tante cose buone, diede vita al videogioco Dragon’s Lair nel 1983, e, soprattutto, nel 1982, al suo primo lungometraggio animato: Brisby e il segreto di NIMH. Sulla scia di questi successi partì dunque nel 1984 la collaborazione con la Amblin Entertainment, neonata casa di produzione fondata da Spielberg: quello che ne venne fuori è Fievel Sbarca in America, con il regista di ET che era rimasto folgorato da Brisby e il segreto di NIMH. La pellicola ebbe il grande merito di porsi come reale alternativa alla Disney, surclassata negli incassi nel 1986, evitando di fatto il declino del cinema in animazione tradizionale. Funse come fonte di ispirazione anche Le Avventure di Bianca e Bernie del 1977, che come in Fievel, prevede una società di animali parallela a quella umana.

2) Per Spielberg si tratta della prima partecipazione in assoluto per quanto concerne la realizzazione di un film d’animazione, e il film per diversi aspetti è basato su alcune sue vicende personali. Per esempio il nome “Fievel”, nome Yiddish del nonno di Spielberg (Philip Posner), per il quale discusse con Bluth, che riteneva “Fievel” un nome troppo poco familiare per un pubblico di bambini. Alla fine la spuntò a ragione Spielberg, il cui ruolo fu comunque, a detta di Bluth, tutt’altro che invasivo, fungendo da importante consulente per sceneggiatura e storyboards. Il tutto era dovuto anche alla mancanza di esperienza nel campo dell’animazione di Spielberg, che non si rese conto fin da subito del tempo necessario (moltissimo) per modificare una scena e realizzare due minuti di film.

3) Don Bluth era fin da subito stato chiaro su una cosa per quanto riguarda le sue opere: voleva prodotti in animazione tradizionale di alta qualità tecnica prima di tutto. Per questo non vedeva di buon occhio l’animazione televisiva, di basso rango, modificando in corso d’opera il budget (in partenza fissato a 6,5 milioni di dollari, contro i 12 impiegati dalla Disney in media) e portandolo a 9 milioni di dollari, convincendo anche gran parte della produzione a congelamenti e tagli di salari e a relative battaglie con i sindacati dei lavoratori. La produzione fu travagliata anche per l’eccessivo controllo esercitato nelle fasi iniziali della produzione da parte della Amblin e della Universal (la casa di distribuzione), che richiedevano di approvare GIORNALMENTE tutto il lavoro effettuato, rallentando di fatto tutta la macchina.

4) Per chi mastica fumetti la rappresentazione del travaglio della cultura ebrea tramite l’allegoria dei topi non può che riportare alla mente il capolavoro di Art Spiegelman, Maus. E se ne accorse subito anche lo stesso Spiegelman, che accusò pubblicamente Spielberg di plagio, per lo sfruttamento improprio della metafora. Curioso anche il fatto che pure Maus sia del 1986, sebbene già dai primi anni ’80 fosse stato pubblicato il primo capitolo della sua opera, come inserto del giornale Raw. Spielberg rigettò indietro sempre le accuse, ma nel 1991, quando la pubblicazione di Maus II coincise con l’uscita di Fievel conquista il West si beccò un simpatico “cinico, brutto pezzo di m..da” da parte di Spiegelman.

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5) Il design di Fievel fu studiato e realizzato in stretta collaborazione con il reparto marketing della SEARS, famosa catena di supermercati di grande distribuzione americana. Il motivo è ovviamente legato ad accordi di merchandising, con i prodotti di Fievel in esclusiva per la SEARS, tra cui un raro (oggi) peluche di Fievel di circa 50 cm e snodabile. Per il topolino, che divenne ben presto la mascotte degli Amblin Studios, e per tutto il suo mondo, si optò per uno stile di disegno molto morbido, vicino a quello disneyano degli anni ’40, che voleva differenziarsi da quello spigoloso, moderno, che guardava con curiosità alla computer grafica. Fu una scelta più che vincente, che contribuì inconsapevolmente anche al rilancio pochi anni dopo della Disney, che si risollevò tornando a quello stile grafico con La Sirenetta (1989).

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2 pensieri su “#Sapevatelo: 5 cose su… Fievel sbarca in America

  1. Il miglior film di Don Bluth secondo me che negli anni 80 era il grande avversario della Disney dopo esserne stato il figliol prodigo.
    Le pellicole di Bluth graficamente si differenziano molto da quelle Disney del periodo e da questo punto di vista sono invecchiate meglio. Si rimproverà al regista di non essere molto bravo come narratore. Boh, io tutto questo non l ‘ho notato. Peccato che negli anni 90 sia calato e a parte “Pollicina” e “Anastasia” abbia realizzato opere non memorabili.
    Brisby già era un grande stacco, ma purtroppo non aveva avuto molto successo nonostante sia un bel film avventuroso-ambientalista. L’ aura di Spielberg avrà giovato su FSBIA e ARDVI, ma fino ad un certo punto penso.
    Alla Disney Bluth aveva fatto vedere grandi cose: in parte con Bianca e Bernie e sopratutto con “L’ asinello”, la sua prima regia. Grande comiato.
    Con Fievel si ha un misto di avventura, non troppo per la verità, e soprattutto
    una satira del sogno americano che lo spot in “Non ci sono gatti in America”.
    Da piccolo mi piaceva più il secondo, meno cupo e adulto e più divertente e giocoso. Quando però li ho rivisti, beh, non posso che dare la mia preferenza al film dell’ 86.
    Onestamente trovo esagerata questa polemica che neanche conoscevo visto che quasi sicuramente ci si è ispirati alle origini ebree di Spielberg e poi la storia è tutta diversa rispetto a “Mauss”.
    Tornando al film, l’ elemento indubbiamente satirico e più adulto diede una spinta anche a portare un pubblico più maturo al cinema.

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