Gli Aristogatti: il topo non c’è più e i gatti non ballano?

Pochi mesi dopo aver subito l’asportazione del polmone sinistro, la mattina del 15 dicembre del 1966 Walt Disney si arrende ad un collasso cardiocircolatorio, con il fratello maggiore Roy che per tutta la durata del suo ricovero in ospedale fece tenere accese le luci dei vicini Walt Disney Studios, per esaudire il desiderio di Walt di averli come ultima immagine.

Stava lavorando al Libro della Giungla, ultima opera da lui supervisionata, purtroppo non completamente a causa della malattia (uscirà infatti nel 1967). Per il classico successivo ci vollero tre anni: il periodo di pausa/lavorazione più lungo fu però quello intercorso tra Le Avventure di Bianca e Bernie (22 giugno 1977) e Red e Toby (10 luglio 1981), ovvero 4 anni e un mese.

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Torniamo però al 1970, quando gli Studios fanno uscire “Gli Aristogatti”: fu l’ultimo film approvato dallo stesso Walt, anche se qualcosa sembrava non quadrare già dall’inizio… e si vide il risultato dopo la produzione finale. Nonostante ci lavorassero alcuni dei “Nine Old Men”, i fedelissimi di Walt dai tempi di “Biancaneve e i Sette Nani”, fino a “Le Avventure di Bianca e Bernie”.

La prima cosa che suona strana è la scelta dei protagonisti: semplicemente perché sono gatti. La leggenda vuole che a Disney non andassero a genio i felini domestici, che nei film precedenti erano stati relegati a ruoli decisamente marginali (Figaro in “Pinocchio”), ambigui (lo Stregatto in “Alice nel Paese delle Meraviglie”) o addirittura negativi (Lucifero in “Cenerentola”Si e Am in “Lilli e il Vagabondo”). Al contrario di cani, simboli di lealtà, e topi, giusti e ingegnosi anche se spesso confusionari.

A non reggere non è la trama, bel ritratto in chiave Disney della Parigi decadente di inizio ‘900, svegliata dall’intorpidimento dal Jazz popolare, con un finale ambiguo: positivo agli occhi del bambino, non proprio agli occhi di un adulto, vista la rinuncia di Romeo, che entra a far parte della borghesia immobile di cui era il contraltare nella storia.

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Non regge la realizzazione tecnica: cambi di intensità nel colore del pelo dei gatti, collari e posizioni dei personaggi che cambiano da una scena all’altra, riutilizzo di inquadrature di cartoni precedenti. Lo stile è volutamente graffiato, nervoso, adatto alla storia e coerente con quello del regista Wolfgang Reitherman (direttore dell’animazione di “Pinocchio” e supervisore di tutti i film fino a “Le Avventure di Bianca e Bernie”, 1977), ma gli evidenti svarioni tecnici ne abbassano senza dubbio la qualità rispetto ai capolavori degli studios.

La causa? Budget ridottissimo (dai 20 milioni di dollari de “Il Libro della Giungla” ai 4 de “Gli Aristogatti”), dovuto alla crisi economica che gli Studios hanno dovuto affrontare negli anni ’70 e dopo la scomparsa di Walt Disney. È la fine dell’idillio, l’inizio di un periodo di crisi che si risolverà pienamente solo nel 1989, quando “La Sirenetta” salvò tutti dall’annegamento…

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