ToyFair2016: le novità TMNT targate Megabloks

Direttamente dalla Toy Fair 2016 di New York tutte le novità TMNT targate Megabloks. Tra le piacevolissime novità non possiamo non notare, con estrema pacatezza… O MIO DIO HANNO FATTO IL TECNODROMO.

Degne di nota ovviamente le figure in stile fumetto del 1984, ma anche la versione del Party Wagon direttamente dalla serie animata del 1987.

Megabloks si conferma ancora una volta molto più brava di LEGO nello sfruttare il franchise TMNT, attingendo a piene mani da tutte le incarnazioni presenti e passate delle Tartarughe.

(Fonte: TMNT Cowabunga)

Ci è piaciuto Inside Out?

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Io al cinema piango, se la scena del film è davvero toccante. E mi è successo tantissime volte. Mi è successo anche ieri quando sono andato al cinema a vedere Inside Out. Ma c’è un problema.

Non ho pianto per Inside Out, ma mi sono commosso sinceramente per Lava, il corto che la Pixar ci ha sparato dritto nello stomaco mentre eravamo tutti ad aspettare i colorati omini nella testa di una ragazzina. In pochi minuti la storia di quel vulcano ti ribalta completamente cuore, pancia e testa: la prima lacrima mi è scesa per tristezza, l’ultima per gioia. E per me la serata valeva già così il prezzo del biglietto (e molto di più).

Ma mancava ancora Inside Out, e per la nuova perla Pixar non ho pianto. Per niente, neppure nel momento tristissimo del film (vedi Bing Bong). E mi sono chiesto perché. Perché un film che parla di emozioni, che cerca di dare anche un senso a qualcosa che apparentemente sembra non averne, un film che sembra fatto apposta per lasciare sensazioni forti, non mi ha fatto piangere?

Inside Out è un gran bel film, ma è artificiale. Questa è l’unica risposta che sono riuscito a darmi, e che ovviamente proverò a spiegare. L’architettura di Inside Out è magnifica, e Pete Docter, che già ci aveva regalato Up, sa giocare con le emozioni: la parte iniziale del lungometraggio appena citato ne è l’esempio. Stavolta però vola dietro le quinte cercando di mostrarci la sua visione di come vengono create e gestite le emozioni. Ed il sistema che costruisce è davvero mostruoso: ogni esperienza di Riley diventa un ricordo legato ad una particolare emozione ed archiviato, per poi essere trasmesso a fine giornata nella memoria a lungo termine.

La personalità di una persona viene costruita in base a un tot di ricordi essenziali, definiti appunto Base, che creano a loro volta delle Isole, delle aree all’interno della testa che definiscono l’individuo stesso. Oltre il quartier generale e le isole, con la memoria a lungo termine, troviamo anche Immagilandia, la zona del Pensiero Astratto (la parte di gran lunga migliore del film), la Cineproduzione Sogni, il Subconscio. Tutte queste zone sono attraversate tra di loro e collegate al QG tramite il treno dei pensieri. In mezzo al tutto troviamo anche il baratro della memoria, dove i pensieri, i ricordi, vengono dimenticati per sempre. Questa architettura è una visione eccellente, un’esemplificazione credibile di come funziona la nostra testa per Docter.

Per Riley il trasferimento dal Minnesota a San Francisco è una crisi di identità, un crollo emotivo che tutti, per i più svariati motivi, abbiamo affrontato da ragazzini (e continuiamo ad affrontare oggi), che la porta a perdere tutte le proprie certezze, la propria identità, per poter costruirsene una più forte, più matura, più consapevole di sè stessa. L’abbandono dell’infanzia e l’inizio della crescita. Quello che succede all’esterno della testa e quello che succede all’interno sono due momenti che continuano ad influenzarsi a vicenda: affascina il continuo moto di azione-reazione, tra i comportamenti della ragazza e ciò che succede nella sua testa. E in qualche momento risulta anche complicato capire quale dei due fronti sta influenzando maggiormente l’altro.

C’è però un momento nel film dove questo equilibrio si rompe completamente, dove questa metafora della vita umana crolla, lasciando spazio alla trovata scenica. Ed accade purtroppo nel momento più importante del film: Riley è ormai in fuga da tutto, apatica e sola, e anche l’ultima isola della personalità, quella della famiglia, sta crollando. Il suo mondo è a pezzi e Gioia, dopo essere ritornata in superficie grazie al sacrificio di Bing Bong e aver compreso il senso di Tristezza deve arrivare con lei al QG prima che i danni diventino irreparabili.

Da qui in poi l’ordinata logica del film crolla: Gioia trova un’espediente attraverso Immagilandia (la scala di fidanzati ideali) per poter sfruttare un tappeto elastico presente sull’Isola della famiglia in pieno crollo e lanciarsi a razzo sul Quartier Generale dopo aver acchiappato al volo Tristezza. Insieme entrano dentro al QG e Gioia lascia a Tristezza il compito di risolvere le cose. Il legame tra “Inside” e “Out” cessa d esistere a causa dell’espediente scenico. L’acrobatica mossa disperata di Gioia, per quanto mi sia sforzato di cercarlo, non ha alcun intento metaforico, ma puramente scenografico.

Il film non riesce a mostrarci il picco del crollo di Riley, a spiegarci quello che succede tra la distruzione e la ricostruzione della propria identità, spegnendo la magia e lasciandoci “solo” un gran film.

Ed è per questo che, forse, non ho pianto.

O magari avevo la console in tilt ieri sera, chi lo sa.

*Bello FiGo – Cio La Macchina (SWAG Macchina): LA RECENSIONE*

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L’amico Cristiano Bolla, che ahimè vedo anche troppo raramente, questa sera su Facebook si è esibito in una grande dimostrazione di dialettica, un’apologia di una grande artista compreso boh forse si forse no della nostra epoca digitale: Bello Figo, ex Bello Figo Gu, ex Gucci Boy.

Godetevelo, per favore. E rifletteteci, anche. Lascio la parola a lui, con il suo permesso.

Tutti possono recensire grandi film, serie e opere teatrali. Statemi dietro ora:

*Bello FiGo – Cio La Macchina (SWAG Macchina): LA RECENSIONE*

Partiamo dal titolo, che è già espressione dell’artista in questione: “CIO La Macchina”, mette in mostra subito il suo carattere anticonvenzionale, che non si piega alle regole né della strada né della grammatica italiana. Una presa di coscienza forte, decisa, caparbia e dagli echi chiaramente futuristi, ovviamente più vicini a Russolo che a Marinetti.

Nelle prime sequenze, vediamo l’artista abbandonare il monopattino verde, simbolo di un’infanzia passata a guardare con invidia e speranza (simboleggiate dal verde) la vita adulta, e tentare di forzare la portiera di una Mini senza capote. Geniale, ambivalente, enigmaticamente emblematico. Potremmo dire catafratto e sibaritico, ma lasciamo questi termini ad altri critici di poco conto.

Cominciano le strofe ed è subito estasi: “OH MIO DIO FIGA!”, un’invocazione chiara e netta, un’apostrofe alla divinità che richiama la Du’a Iftiah, la preghiera dell’apertura da recitarsi durante il Ramadan. L’artista vuole qui rivolgersi al destinario del suo componimento: il Dio Figa.

Poi si entra nel vivo del pezzo: “Io cio la macchina (sono ricco), io cio la macchina” ripetuto varie volte. Un grido di rara potenza espressiva, un continuo rimarcare il perché l’artista è grato al Dio Figa, perché cia la macchina. Il mantra è diegetico: permette lo sviluppo dell’opera, che difatti continua con “da quando cio macchina – ecco che si palesa la necessità di rimarcare il fatto – tutte le fighe vogliono il mio cazzo”. Premessa e svolgimento: siamo nel vivo dell’azione, che è causale e non casuale. La storia prosegue e si prega di notare la splendida concatenazione di eventi in una struttura assolutamente aristotelica: “Tutte le fighe mi chiedono un passaggio | E io gli chiedo un pompa”; si fa valere qui l’antica regola aurea del Do ut Des e, aggiungiamo noi, è chiaro che se non ingoia non è amore. Questa prima parte si conclude con una variazione sul tema melodico che tuttavia serve a rimarcare il concetto: “Io ho la patente QUINDI mi scopo le fighe”. Chiaro, lampante, epifanico: l’edonismo al servizio della plutocrazia imperante, come spesso rimarcato dall’artista in altre sue opere.

Inizia da questo momento un’altra fase del racconto che, in realtà, furbescamente non fa altro che riprendere le premesse del titolo e la sua voglia di lottare contro il sistema e l’imposizione delle regole: “Io passo col semaforo rosso, perché sono bello, perché sono ricco | Butto giù i segnali stradali, così la gente fa incidenti”. Si potrebbe pensare che questi versi servano solo da provocazione, da invettiva nascosta con l’uso abile della figura retorica della preterizione, ossia il tacere su argomenti di cui in realtà si sta trattando. L’artista vuole ribellarsi, ma non dice mai perchè o verso chi: la sua rabbia verso chi è rivolta? Ma, ancora una volta, egli ci stupisce e lo fa nei versi successivi.

“Sono neopatentato, ma fanculo | Guido veloce perchè sono un negro”. Eccolo qui il cuore della composizione, il rifiuto del razzismo classificante tipico della società occidentale, che non riconosce come le limitazioni tipiche e aberranti che riserviamo ai neopatentati non si possano proprio applicare alla sua negritudine. Ma cosa è che può riconciliare questo divario sociale e legislativo che affonda le sue radici nello schiavismo nero settecentesco? Anche questa volta, la risposta è nella Figa: “110 in centro abitato | 300 in autostrada | 40 in extraurbana perchè sono con Ariana, lei mi sta facendo un pompino quindi io vado piano se no io non godo”. Meraviglioso: la figura retorica dell’enumerazione, di solito regredita a mera conta, viene qui strutturata per fornire più livelli interpretativi al componimento: denota la conoscenza delle regole, la volontà di trasgredirle e infine rimarca ancora una volta come l’amore per la Figa riesca a mettere un freno anche all’animo più irrequieto e ribelle.

“Cio la macchina” non avrà la struttura espressiva armonica di “Silvio Berlusconi (SWAG Riko)” o dell’eterna “Pasta col tonno (SWAG cibo)”, ma è comunque da apprezzare ancora una volta come l’artista abbia strutturato semanticamente e narrativamente un pezzo che, non dubitiamo, entrerà presto nell’olimpo della musica mondiale.

Al prossimo appuntamento di: “Ho una laurea, che ci faccio? 1000 usi creativi per far fruttare i tuoi studi”.

Ci è piaciuto Avengers Age of Ultron?

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Premessa: non tanto, ma SPOILERO (a parte che, visti gli incassi, se non avete ancora visto il film siete a forte rischio di emarginazione sociale).

Prima di partire con le considerazioni mi preme raccontare il mio tragitto da casa al cinema: salgo in macchina con la fidanzata, che dopo due minuti scarsi di viaggio se ne esce con un bellissimo “ma è vero che alla fine muore Quicksilver?”, facendo crollare la Fortezza della Solitudine che mi ero costruito sfuggendo ai social (sono andato a vederlo a due giorni dall’uscita). A sua discolpa pensava che, avendo già letto l’omonimo arco di storie dei comics, fossi già a conoscenza del fatto: peccato che il film non abbia una cippa a che fare con la storia di Bendis.

Insomma, mi sono seduto in sala già con il nervosismo che si impadroniva di me, aumentato anche dal fatto che nel cinema dove sono andato hanno preso la geniale scelta di rimuovere il mio momento preferito: i trailer prima del film. Insomma, tutto questo per dire che probabilmente è anche per questo motivo se non mi sono strappato i capelli e ho urlato al miracolo di fronte ad Avengers Age of Ultron.

In generale l’impressione che ho avuto è quella di un film che per tre quarti della sua durata non fa altro che riempire in maniera piuttosto prevedibile i (pochi) buchi lasciati dai trailer e dai filmati promozionali che avevano preceduto l’uscita. Tutto sembra già visto, le stesse new entries vengono presentate in cinque minuti e date praticamente per scontate: a malapena ti ci affezioni (e difatti quando il Pietro ci lascia le penne ti spiace, ma fino ad un certo punto).

Adesso però non voglio dire che Age of Ultron fa schifo eh, non fraintendetemi. Dico che per tre quarti di film è molto divertente, ma altrettanto banale. Poi c’è quel quarto finale di film però, dove si capisce una cosa: il vero protagonista.

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E per uno che AMA Occhio di Falco (quello di carta, pieno di lividi, cerotti e incapace di gestire una qualunque relazione) questo è veramente un colpo di scena. Improvvisamente ci si rende conto di quanto è facile combattere contro una forma di vista artificiale con tendenze genocide se sei un Dio del Tuono, se hai una armatura tecnologica iperpotenziata, se ti puoi trasformare in un enorme mostro verde.

Ma fallo con due figli (e mezzo) a carico, armato solo di arco e frecce: ecco, così è un tantino più difficile.

Ma tolto il mio amore per Occhio di Falco. il resto, ribadisco, l’ho trovato tutto estremamente normale. In primis Ultron, un villain che entra in scena ed esce in maniera decisamente spettacolare: il problema è quello che fa tra la sua nascita e la sua morte, che non l’ha capito bene nessuno, lui compreso.

Insomma, non una scelta fuori dai binari, se non quella di sviluppare gli eroi meno “super” (pure per la Vedova c’è un gran bell’approfondimento del personaggio), ma anche qui si resta un po’ con l’amaro in bocca. La nascita di una nuova generazione di Avengers (restano Captain America e la Vedova Nera, ai quali si aggiungono Scarlet Witch, Falcon, Visione e War Machine) ai quali si aggiungerà sicuramente anche Spiderman, è un bello spunto in vista della Civil War ma è in questo che in sostanza si riassume per me il film: un bel riempitivo in vista di quello che succederà più avanti.

Off topic a margine: i due Quicksilver (Marvel e Fox) assieme sul set di Kickass nell’ormai lontano 2010. Che strani incroci la vita, a volte.

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Ci è piaciuto Guardiani della Galassia?

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Evitare qualunque informazione per mesi con la speranza di godersi al meglio Guardiani della Galassia è stato molto complicato.

Ma ne è valsa la pena.

Nel film diretto da James Gunn si toccano tutte le emozioni possibili: si piange, si soffre, ci si agita, si ride (molto). E il tutto viene immerso in uno strano mix che fonde la fantascienza ad un immaginario di riferimenti filmici, musicali e culturali che coccolano qualunque spettatore cresciuto negli anni ’80. La dissonanza che ne viene fuori è eccezionale.

Guardiani della Galassia è un film semplice che parla di amicizia. Questo è il suo fantastico pregio: ti offre esattamente quello che promette. E lo fa con una trama lineare, stando sempre sui binari giusti, senza prendersi mai dei tempi morti. Alla scena finale mi ero stupito fossero già passate due ore.

Capitolo personaggi: impossibile non amare ogni membro di questa banda di scappati di casa (in tutti i sensi). Peter Quill, aka Star-Lord, vive in un mondo tutto suo, dove girare rovine nelle profondità dello spazio con un walkman Sony appare la cosa più normale di questo universo; Gamora è si la figliastra di Thanos, verso il quale però c’è solo odio e rancore per avergli sterminato la famiglia; di Drax si sa poco, se non che Ronan gli ha ucciso moglie e figlia, e che la sua specie non comprende le metafore; Rocket è un procione parlante, cacciatore di taglie, che va in giro con il suo fidato amico Groot, un albero umanoide dal cuore puro, e penso che basti.

Conciliare così tanti personaggi all’interno di un film, dando a tutti il giusto spazio, è complicatissimo. In Guardiani della Galassia tutto invece fila via, come se personaggi di cui si sapeva poco o nulla ci  fossero familiari fin dal primo momento. Li guardi e sai già cosa aspettarti: sono esattamente ciò che vogliono sembrare. Breve commento su Rocket: infilare un procione parlante nella mischia può diventare pericoloso, c’è il rischio di svilire il personaggio e renderlo solo una macchietta, buono giusto a vendere peluche alle ragazzine.

E ritorniamo dunque ad un tema che avevo accennato poco fa: la semplicità. Il film sceglie una direzione, la prende e la rispetta fino alla fine. Niente sottotrame disturbanti, niente colpi di scena senza senso. Tutto fila secondo le attese. E, cosa più importante, il film fa tutto questo senza risultare mai banale o scontato, lasciando anche ottimi spunti per un franchise che rischia seriamente di prendere una strada vincente e semi-autonoma nel Marvel Cinematic Universe.

Guardiani della Galassia è un film che ho personalmente amato, anche perché condivido con Peter Quill l’amore per gli oggetti carichi di ricordi del proprio passato. Troverete nostalgia, emozioni, colori e musica che vi regaleranno due ore di divertimento leggero che vi faranno andare a casa felici.

E, fidatevi, non è poca cosa.

ATTENZIONE, ORA SI SPOILERA SULLA SCENA DOPO I TITOLI DI CODA

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La post-credit scene? C’è, ed è chiaramente in tema con il revival degli anni ’80 che permea il film. Si tratta del cameo di Howard il Papero, che già nel 1986 aveva avuto un disastroso film tutto suo. E che in maniera indiretta aveva contribuito a creare la Pixar, ma questa è un’altra storia. Doppiato da Seth Green, il papero, pare, ritornerà in futuro. E, per chi sa di cosa stiamo parlando, non può che essere un bene.

Ah, e giusto per farvelo notare, il bozzolo di Adam Warlock, ben visibile nella scena post-titoli di Thor: The Dark World, è aperto. Anche qui, se si sa di cosa stiamo parlando, possiamo gioire.

Plagio di plagio di plagio, qualche pensiero sul crossover Simpson-Griffin

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Si, l’ho visto con un po’ di ritardo (in America è uscito il 28 settembre) dovuto a cavoli vari, ma alla fine l’ho recuperato. Prima di godermelo avevo sentimenti decisamente contrastanti: sarà una boiata di una banalità sconcertante? Sarà un evento storico indimenticabile da tramandare ai posteri? Sarà quel che sarà.

E quel che è stato è che, come sempre, la verità sta nel mezzo. “The Simpson Guy” è qualcosa che vi lascerà stranamente stupiti. Stranamente perché mettere i Griffin a Springfield potrà fare inizialmente lo stesso effetto del mettere il cioccolato sulla bresaola: si storce il naso, si urla al gombloddo per una mera operazione di marketing che nessuno ha intenzione di mascherare (come dimostrano le parole dello stesso Chris ad inizio puntata). Stupiti perché dopo lo straniamento iniziale tutti i pezzi si sistemano e si configura uno strano equilibrio della situazione che rende il tutto curiosamente plausibile. Anche se va sempre tenuto a mente che si tratta di una puntata dei Griffin, che, sebbene ambientata nell’universo dei Simpson, non sarebbe mai potuta andare in onda come normale episodio di una stagione dello show di Homer e famiglia.

Osservando meglio però, il tutto diventa molto più interessante. Vi invito a guardare con un occhio diverso questa puntata, che si risolve in un interessante discorso attorno alle due serie, che passa attraverso citazioni azzeccate, ragionamenti sul plagio, sulla rappresentazione animata della famiglia americana, sulla rivalità tra gli show di MacFarlane e Groening.

Mi pare evidente che sia una mera operazione di marketing di Fox, non potrebbe essere altrimenti. Ma va di certo detto che è una eccellente operazione di marketing. La puntata ha i suoi punti morti, è vero, ma la disputa Duff-Pawtucket Patriot è la vera chiave di comprensione dell’episodio, il suo fulcro narrativo.

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E soprattutto la presenza di Fred Flinstone come giudice del processo è molto più di un semplice cameo: ragioniamo sul fatto che parlare di plagio, di  belle o brutte scopiazzature è ormai inutile e superfluo (nonostante i primi a farlo siano stati proprio i Griffin e i Simpson, punzecchiandosi a vicenda in più occasioni). Sono i rispettivi contesti socio-culturali-televisivi di partenza a costruire le rappresentazioni delle famiglie americane: i Flinstone, i primi Simpson, i Simpon post 2000, i Griffin e tutte le altre famiglie della televisione americana, sono figlie dei rispettivi momenti. Restano le basi, ma cambiano i tempi, evolvono e mutano le famiglie e il loro modo di raccontarle.

Banalità? Certo. Ma è la verità, e invece di perdere tempo a tribolare su chi ha copiato chi, godiamoci questi show. E ogni tanto riflettiamoci su: talvolta hanno molto più da offrire che una risata vuota.

P.S. Complimenti a chi ha notato nella puntata la sigla A113. Se non sapete cos’è, male male. Ma prima o poi ve lo spiegherò.

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Ci è piaciuto Tartarughe Ninja?

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Ebbene, il momento è giunto.

E direi di girarci poco attorno: non posso assolutamente dire, come ho letto in giro, che questo film è un INSULTO a tutti i fan delle Tartarughe Ninja. E lo dico tirando un sospiro di sollievo, perché, va ammesso, mi aspettavo qualcosa di decisamente peggiore. E invece… invece è tutt’altro che ottimo, ma è, diciamo, decente.

Partiamo dalle note negative, che così ce le leviamo dalle scatole. Primo punto: sulla locandina ci sono Leonardo, Michelangelo, Donatello e Raffaello, ma di fatto è un film su April O’Neal/Megan Fox. Si parte con lei, c’è sempre lei, si chiude con lei: uno one-woman show con in mezzo 4 tartarughe umanoidi e inquietanti di due metri che fanno da spalle. E le Turtles, che non si fanno neppure vedere nella prima parte del film, non sembrano caratterizzate in maniera sufficiente: va bene, Raffaello è il ribelle e Michelangelo è il pirla della situazione, ma il fatto che Donatello sia un nerd con il desiderio di diventare “quello fico” e che Leonardo sia IL leader viene giusto accennato, quasi dato per scontato. E non va per niente bene. L’adattamento italiano impoverisce alcune battute e riferimenti al tarta-universo, ma non per colpe sue: provateci voi a riportare nella nostra lingua l’espressione “Heroes in a half shell”.

Importante capitolo villain (con spoilerino): c’è Shredder, ma la sua figura viene scissa in due personaggi differenti. Da una parte il classico Oroku Saki (ovvero Shredder), il guerriero crudele, il maestro giapponese senza scrupoli, l’armatura, il braccio (fin troppo) armato del male; dall’altra Eric Sacks (nome “occidentalizzato” di Oroku Saki), ovvero la mente, il doppiogiochista, il subdolo, l’avido uomo d’affari. Io l’ho trovata una scelta interessante, anche se qualcuno potrebbe storcere il naso per l’aria da Transformer che hanno voluto dare all’armatura di Shredder, ma vabbè c’è pur sempre l’ombra di Bay.

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La trama è lineare, senza grandi colpi di scena, comprensibilissima da tutti. Forse fin troppo, dato che non accade nulla di particolarmente imprevedibile. Detto questo il film mantiene un buon ritmo per tutta la sua durata, alternando scene d’azione e momenti comici e riflessivi (pochi ma buoni). Detto questo la profondità non è mai stata uno dei punti di forza delle storie delle Tartarughe, che avevano una parvenza di spessore giusto nei fumetti. E nella serie del 2003, che difatti si basa sui comics. Certo, che Splinter impari l’arte del combattimento da dei libri trovati a caso nelle fogne è un pelino forzato, ma per giustificare un ratto che insegna arti marziali, prima di questa scelta abbiamo visto:

  • Hamato Yoshi, già maestro di arti marziali, che si trasforma direttamente in Splinter, vivendo nelle fogne dopo la fuga dal Giappone e trovando CASUALMENTE le tartarughe immerse nel mutageno (serie animate del 1987 e del 2012)
  • Splinter, topo da compagnia del maestro Hamato Yoshi, che impara il Ninjitsu OSSERVANDO il suo padrone (fumetti originali, primi film, serie del 2003)
  • Splinter che è la REINCARNAZIONE spirituale dell’originale Hamato Yoshi, ucciso da Shredder all’epoca del Giappone feudale (nuova serie a fumetti della IDW)

E quindi non stiamo a fare troppo i puntigliosi.

Si diceva di Megan Fox. Nonostante monopolizzi la pellicola non aspettatevi di vedere la solita bellona buttata nella mischia con le grazie in bella mostra per far salire l’ormone al pubblico maschile. Resta sempre un bel vedere, chiaro. E partiamo da qui con le note positive, che ce n’è qualcuna, dai. Tipo la grafica.

Già perché prima della visione non mi avrebbe neppure sfiorato l’idea di poter parlare bene del design dei personaggi. E invece sono animati in maniera straordinaria, interagiscono senza problemi con l’ambiente circostante e, cosa più importante, il design delle tartarughe FUNZIONA. Non so bene perché, ma sono credibilissime (per essere enormi tartarughe ninja adolescenti e parlanti) e hanno un’espressività, soprattutto negli occhi, davvero stupefacente. Splinter poi, con la voce di Massimo Lopez, riesce ad essere tanto paterno quanto pantegana.

I grandi appassionati delle TMNT troveranno molte citazioni a tutto l’universo delle tartarughe, spaziando da celebri tormentoni (“Tonight, I dine on turtle soup!”, “Heroes in a half shell”, “Cowabunga”), al jingle della sigla americana, a palesi rifacimenti di spezzoni del primo film, come la pizza tagliata al volo con la katana e una fetta che vola in testa a Splinter, fino a cose che avremmo voluto dimenticare (riferimenti alla VERA band delle Tartarughe Ninja). Insomma il lavoro di ricerca e studio è stato apprezzabile.

Tiriamo le conclusioni: il film non è una perla del cinema contemporaneo, ma fin qui nulla di inaspettato. Abbiamo un classico blockbuster senza grandi pretese. Tutto sommato se non siete troppo “puristi” sulle Tartarughe (e vi consiglio di non esserlo) il film scorrerà via facilmente e vi strapperà qualche risata, senza mai annoiare. Le tartarughe vi colpiranno per fisicità e carattere, ma “purtroppo” vi cuccherete per buona parte del film la sola Megan Fox.

Per quanto mi riguarda la classifica dei film sulle Tartarughe Ninja viene così ridisegnata:

  • Tartarughe Ninja alla Riscossa
  • Tartarughe Ninja II – Il segreto di Ooze
  • TMNT
  • Tartarughe Ninja (2014)
  • Tartarughe Ninja III

E se non vi basta potete gustarvi anche la videorecensione fatta a caldo dopo la visione del film sul canale dell’amico Anima NerdGiusto per non farvi mancare nulla.